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Sanità in Puglia e meccanismo del 'comando': 'Perché non potenziare l'organico con giovani qualificati?'

La lettera aperta della professoressa Maria Chironna: 'Disattenti sindacalisti hanno bollato questo meccanismo come il male assoluto della sanità'

Pubblicato in Salute il 10/09/2018 da Maria Chironna

Di seguito una lettera aperta della professoressa Maria Chironna, responsabile del laboratorio di Epidemiologia molecolare e Sanità Pubblica UOC Igiene-Policlinico di Bari

"Francesco è uno studente del CdS Tecniche di Laboratorio Biomedico brillante e promettente. Frequenta, mediante il tirocinio previsto, i laboratori più all’avanguardia della sede in cui studia. Decide di chiedere la tesi in un laboratorio dove si eseguono test di elevata complessità. Dopo il tirocinio decide che la sua tesi sarà su un argomento di grande rilevanza e sulle novità delle tecniche diagnostiche per quelle malattie. Si laurea brillantemente e la sua relatrice di tesi è fiera di aver contribuito a questo suo primo traguardo. Come tutti i ragazzi, ha il fuoco dentro e con abnegazione decide di continuare a frequentare il laboratorio dove ha imparato quelle tecniche di elevato profilo. Anche in maniera volontaria e senza percepire una lira. Tanta è la sua voglia di imparare. Il ragazzo si farà. Passa un po’ di tempo e Francesco impara sempre più. Si inserisce e si integra con tutto il team di ricerca producendo risultati eccellenti. Ha intuizioni brillanti. Francesco però abita a un po’ di km dal “suo” laboratorio e spesso va via parecchio tardi perché, si sa, di un esperimento iniziato non si aspetta altro che di vederne i risultati.  Arriva il primo cococo (già, il famoso contratto di collaborazione coordinata e continuativa). Una boccata d’aria. L’unica possibilità che danno nei laboratori universitari di collaborare a progetti di ricerca. Vuoi mettere continuare a fare quello che ti piace fare senza dover essere supportato ancora dai genitori? È il suo primo lavoro da precario. Le sue competenze si affinano e arriva un altro cococo. I titoli si accumulano e quindi arriva un altro cococo. E poi ancora un altro. Ma, improvvisamente, dopo anni di blocco, ecco che in tutta la regione vengono banditi concorsi dalle ASL per profili come il suo, a tempo indeterminato. Un miraggio. Da non crederci. Occasioni da non perdere per tutte le figure che, come lui, sono precari da anni. Di concorsi universitari per questi profili, invece, neanche a parlarne. Ogni frazione di punto organico (FFO delle Università) viene utilizzata per reclutare docenti. Perché la fila è lunga anche lì. E Francesco allora li fa tutti i concorsi e si piazza in buone posizioni in graduatoria. La carenza di tecnici in tutta la regione è tale che le graduatorie scorrono velocemente. E arriva il fatidico momento in cui Francesco viene chiamato. Ma deve lasciare il “suo” laboratorio e andare in periferia a fare sì il tecnico di laboratorio, ma la sua alta qualificazione lì può non servire affatto perché, legittimamente, le esigenze sono diverse. Potrebbe essere sufficiente imparare bene a “struccar il botton”, che poi tanto la “macchina” fa tutto e il risultato è pronto e servito. A che serve lì tutto l’elevato profilo tecnico acquisito? A poco o a nulla. Perché non ha senso fare in quel laboratorio cose che si fanno solo in laboratori altamente specializzati. E allora? Non c’è scelta. Deve andare. Anzi no, perché forse una possibilità c’è. Perché il laboratorio di ricerca universitario fa anche attività assistenziale per gli esterni, anche quella di elevato profilo, e l’Unità Operativa ha una carenza di tecnici atavica. Perché da decenni non vengono sbloccate le piante organiche per immettere nuova linfa, giovani professionisti al servizio della salute dei cittadini, Una possibilità ci sarebbe. Il famoso “COMANDO”. Quello che disattenti sindacalisti che forse non conoscono più la realtà del mondo del lavoro ma pretendono di rappresentarlo, si sono apprestati a bollare come il male assoluto della sanità. Ma che c’è di male se il comando è un istituto previsto e se ci sono situazioni come quella di Francesco? E tutto è documentabile. Alla luce del sole. E perché in questo paese, dove nulla è normale, non si può consentire ad un professionista di continuare a lavorare dove può rendere al meglio il suo servizio solo perché è stato chiamato in altra ASL? Si potrebbe obiettare che le necessità di potenziamento di organico potrebbero essere soddisfatte con mobilità interne. Certo.  Ma di che parliamo? Di persone messe in mobilità a fine carriera che spesso non aspettano altro che arrivi l’agognata pensione? O che non hanno, anche per limiti di età, tutte le competenze richieste per ricoprire eventuali incarichi di alto profilo? Mentre giovani qualificati sì che potrebbero portare avanti un lavoro di elevata qualificazione. Questa la realtà e a queste domande dovrebbero rispondere tutti quelli che oggi danno addosso all'istituto del “comando”.   



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