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SUD PIENO DI SOLDI E CENTRALE? BENE, MA FACCIAMO TESORO DELLA LEZIONE DEL PASSATO

Pubblicato in Politica Sviluppo e Lavoro il 16/05/2022 da Redazione

Il 40% del Pnrr al Mezzogiorno, 82 miliardi su un totale di 206. Ma non basta. Sul sito della Ministra per il Sud e la Coesione territoriale, Mara Carfagna, si legge che a quegli 82 miliardi, se ne aggiungeranno altri, a cominciare dai 54 dei Fondi Strutturali e dai 58 del Fondo Sviluppo e Coesione, sino ad arrivare alla bellezza di 213 miliardi. Una montagna di soldi mai vista. Abbiamo risolto finalmente il problema del Sud?

Lo sai da solo. Dipende da come li spenderanno questi soldi. Sono talmente tanti, e arrivati in un momento così delicato e complesso, che potrebbero effettivamente rivoluzionare il destino del Sud e di ogni suo singolo abitante, e creare un volano decisivo per lo sviluppo nazionale. Ma potrebbero anche rivelarsi un flop o addirittura creare danni. Sai quanto ha speso lo Stato, specificamente a favore del Sud, dagli anni Cinquanta ad oggi? Ti do un po’ di cifre: per Wikipedia, 82 miliardi, ma di lire, fra il 1951 e il 1991; per lo stimato Istituto Bruno Leoni, tutto l’intervento straordinario nel Mezzogiorno in quarant'anni è costato 140 miliardi di euro; per lo Svimez, il più autorevole centro studi meridionalistico, sono ben 430 miliardi di euro in conto capitale per investimenti e infrastrutture quelli arrivati al Sud dal 1951 al 2013. Tutto questo si è però notoriamente accompagnato a clientelismo, mazzette e corruzione, passando per un bel po’ di cattedrali nel deserto, vale a dire quelle strutture produttive anche di grandi dimensioni, che hanno dato sollievo di tipo occupazionale ai territori che le avevano accolto come manna nel deserto, appunto, ma che quasi mai sono riusciti a mettere in moto meccanismi autopropulsivi. Per non parlare dello sfascio ambientale tipo Italsider/Ilva.


Però, in questo mezzo secolo, qualcosa di buono è avvenuto. In alcuni territori e regioni, prima fra tutte la Puglia, sono nate iniziative anche all’avanguardia, non solo a livello nazionale, si è persino svegliata l’agricoltura...

Questo è indubbio. Restano però tre dati, per avere netta la sensazione del fallimento epocale dello Stato. Non solo nel Sud e per il Sud, ma per il Paese e, conseguentemente, per il Sud. Primo: solo fra gli anni Cinquanta e i Settanta, grazie anche ad un forte fenomeno migratorio (che evidentemente ha avuto pesanti costi umani, sociali e sulla distanza anche economici), c’è stata una fase di tendenziale convergenza del prodotto pro-capite fra Sud e Nord. Poi il divario si è ulteriormente stabilizzato, tendendo spesso a salire. Ancora nel terzo millennio, il divario mi pare sia di una quarantina di punti percentuali. Un abisso. Secondo: l’attuale disastro occupazionale, con l’attuale, massiccio fenomeno migratorio sta spopolando interi paesi e città, privando il Sud delle sue energie migliori e comunque di intere generazioni. Terzo: la potenza non solo mantenuta, ma ramificata e potenziata della criminalità organizzata. Su questo, in particolare, abbiamo fatto paurosi passi indietro.


Non ti sembra di essere un po’ pessimista? Certo, ci sono le terribili contraddizioni che dici tu, ma di passi in avanti ne sono stati fatti, mi pare.

“Lo dici a me? Io per primo sono figlio dell’ascensore sociale, del miracolo economico e della stessa evoluzione dei diritti civili, che gli italiani hanno vissuto sino alla fine degli anni Settanta, nel Nord come nel Sud. Ma per ciò che strutturalmente è avvenuto di positivo, nell’ultimo quarantennio, gli italiani e i meridionali devono dire grazie soprattutto a eventi epocali che hanno avuto conseguenze inevitabili anche da noi: la costruzione lenta ma progressiva dell’Europa, lo strepitoso sviluppo delle tecnologie e delle comunicazioni, la televisione, l’esplosione dei consumi culturali in Occidente, la globalizzazione, ora la Rete.


Comunque, ora Draghi dice: Sud protagonista, basta con pigri pregiudizi. Sud centrale per diversificare le fonti di energia. L’Italia sembra scoprire finalmente che il Sud, al centro del Mediterraneo, può essere la sua fortuna, il suo futuro: energetico, economico, geo-politico. C’è da essere contenti?

Anche questo è determinato da eventi epocali che producono ovviamente epifenomeni anche da noi. Cioè sono progressi che non sono dipesi da noi, che non abbiamo creato noi e che rischiamo – come succede spesso in questi casi – di gestire male. Il Pnrr è figlio del Covid e di un certo risveglio europeo, così come la scoperta della centralità del Sud nel panorama energetico, economico e geo-politico deriva in una qualche maniera dalla criminale invasione russa dell’Ucraina e delle risposte che l’Europa è costretta a mettere in campo. Spero che, anche se miracolate dai risvolti epifenomenici di due drammi terribili che hanno fatto soffrire l’umanità, questa volta le autorità italiane non perdano di vista la lezione della storia in materia di Sud e di superamento delle disuguaglianze sociali, territoriali e settoriali.


E cioè? Quale sarebbe esattamente questa lezione?

Che il Sud non ha bisogno di una politica a favore del Sud e tanto meno di una Ministra per il Sud, per quanto bella e brava come Mara Carfagna. Il Sud, come tutti i territori, i ceti e i settori sottosviluppati, ha semplicemente bisogno che si pratichi una buona politica generale, dove evidentemente si fissino obiettivi e priorità. Niente leggi speciali ma riforma della politica generale, ammoniva il grande molfettese Gaetano Salvemini nel 1945, a proposito degli interventi straordinari per il Sud, in contrasto con chi voleva e avrebbe poi realizzato la Cassa per il Mezzogiorno. E spiegava: Ogni riforma generale, se fatta nel senso necessario al benessere delle classi che lavorano e che producono, sarà utile soprattutto all’Italia meridionale. Le leggi speciali sono sterili inganni. Per un privilegio che otterrete a qualche angoletto del Mezzogiorno, vi sarà altrove chi penserà ad ottenere per sé, con braccia più lunghe e con spirito più energico, favori ben più grandi. Ho avuto la fortuna da ragazzo di imparare e militare in quello che definirei l’anti-meridionalismo… Sai che ho avuto la fortuna di partecipare alla fondazione della Regione Puglia?”.


No, questo mi sfuggiva. Eri alla fondazione di Repubblica, hai fondato riviste e giornali come il Quotidiano di Lecce-Brindisi-Taranto e La Nuova Basilicata, con Capatosta hai “fondato” – diciamo così – l’uso del dialetto nella letteratura nazionale e ora mi vieni a dire che eri anche alla fondazione della Regione Puglia!

Devi sapere che nella prima legislatura regionale, 1970-75 – allora eri un ragazzo – il presidente del Consiglio regionale e leader indiscusso della fase costituente e della battaglia regionalista contro lo Stato centralista che non voleva cedere funzioni e risorse (pur costituzionalmente garantite) era un personaggio assai singolare, Beniamino Finocchiaro. Responsabile culturale nazionale del Psi e allievo di Salvemini, per me era un intellettuale-mito, che però non conoscevo. Fu lui che mi chiamò a dargli una mano perché aveva letto le cronache, servizi e inchieste pugliesi che firmavo sull’Avanti! su Il Giorno. Così cominciò quell’avventura, durante la quale imparai un sacco di cose, si fra le quali appunto l’anti-meridionalismo, cioè la consapevolezza del tragico errore storico del meridionalismo ufficiale.


Tornando a noi, ancora una volta le emergenze (il Covid e la guerra) sembrano dunque imporre la propria agenda. Rimane il fatto positivo che il 40% del Pnrr da 206 miliardi finirà al Mezzogiorno.

Anche su questo, bisognerà essere ora estremamente vigili. Ancora una volta c’è chi ha tentato e tenterà di mettere le mani anche su quegli 82 miliardi. Poi occorrerà spenderli bene, guardandosi da ritardi burocratici, clientelismo, mazzette, corruzione e criminalità organizzata. Una battaglia assai dura. Speriamo bene.



BEPPE LOPEZ, classe 1947, è nato a Bari, nel quartiere Libertà. Da giornalista, direttore di giornali e di agenzia e saggista, si è occupato per oltre mezzo secolo di politica interna, di giornali locali e di analisi e critica dell’informazione. Ha collaborato con le più importanti testate nazionali. Ha partecipato come cronista politico alla fondazione del quotidiano la Repubblica. Ha fondato e diretto quotidiani e riviste. Ha diretto la Quotidiani Associati. Ha pubblicato racconti storici e saggi sul giornalismo, ottenendo uno straordinario successo editoriale in particolare con La casta dei giornali (Stampa Alternativa 2007). Di notevole rilievo per la cultura e la musica popolare italiana la sua biografia di Matteo Salvatore, L’ultimo cantastorie (Aliberti 2018).

Ha esordito come narratore con Capatosta (Mondadori 2000), divenuto subito un importante caso letterario, proseguendo con Mascherata reale (Besa 2004), La scordanza (Marsilio 2008) e La Bestia! (Manni 2015). 

Sono appena arrivati in libreria il suo ultimo romanzo, Capibranco e la trilogia Quartiere Libertà, contenente i suoi tre romanzi ambientati in questo quartiere popolare di Bari (Capatosta, La scordanza e Capibranco), che raccontano, con un vivace “idioletto” conformato su italiano e materiale dialettale barese, un secolo di vita nazionale e un quartiere simbolico dell’intera umanità.




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