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Dall'occidente all'oriente: la nascita del whisky giapponese

Tante curiosità sul famoso distillato

Pubblicato in Enogastronomia il 26/02/2021 da Teresa Salerno

Quando si sente parlare di whisky, l'associazione con paesi occidentali come l'Irlanda, la Scozia e persino gli Stati Uniti è praticamente immediata, d'altronde si tratta di una bevanda che è divenuta popolare nel resto del mondo proprio grazie a questi produttori storici che l'hanno resa nota. Oggigiorno, però, si sente sempre più parlare di whisky giapponese, un sodalizio tra tradizione occidentale e maestria orientale che ha acquisito una popolarità notevole, supportata dalla mole di premi ottenuti dalle distillerie nipponiche. Facciamo però un passo indietro e cerchiamo di capire cos'è il whisky e perché ne esistono diverse varianti. 

Whisky e whiskey

La differenza non è nascosta solo nella vocale in più, ma anche nella provenienza: il whisky è tradizionalmente scozzese e canadese mentre il whiskey irlandese e statunitense, mai confonderli se non si vuole rischiare di essere redarguiti dagli appassionati. Il distillato è ottenuto da cereali come la segale, il mais, l'orzo e il frumento, dopodiché invecchia in botti di legno, generalmente rovere, tuttavia questa procedura non era così standardizzata come in tempi moderni e in Scozia e in Irlanda, dove sembra venne messa in atto a partire dal quindicesimo secolo. 

Lo stesso Giacomo IV di Scozia sembra fosse un grande appassionato ma bisogna ricordare che all'epoca il whisky non subiva un invecchiamento che conferisse alla bevanda un sapore maturo ma veniva consumato immediatamente, rivelandosi estremamente forte e in grado di provocare intossicazioni letali.

Dal vecchio continente, il whisky si diffuse poi anche nel nuovo mondo, soprattutto durante la Rivoluzione Americana, tuttavia il trasporto marittimo richiedeva tempo e risorse, portando i contadini americani a sviluppare un metodo di distillazione proprio sfruttando le diffuse coltivazioni di mais. Non sorprende dunque che i maggiori produttori siano proprio i paesi citati, ciò che per alcuni è sconcertante, invece, è il ruolo del Giappone in ambito moderno, che esploreremo nel prossimo paragrafo.

Whisky giapponese

Il Giappone è per molti la terra del sakè, termine utilizzato genericamente dagli autoctoni per identificare distillati e liquori di varia natura ma che in occidente è divenuto sinonimo di vino di riso. Quando si fa riferimento dunque alla tradizione alcolica del paese è normale pensare subito al sakè, che ha una tradizione millenaria, tuttavia sarebbe sbagliato pensare che siano in grado di realizzare esclusivamente tale prodotto. Di preciso, dunque, come si è giunti alla produzione di whisky?

La storia ci parla di Masataka Taketsuru, nato nella provincia di Hiroshima nel 1894 in una famiglia di produttori di sake che possedevano una distilleria sin dal secolo precedente. I suoi studi nell'ambito della chimica all'Università di Osaka lo portarono a visitare la lontana Scozia nel 1919, dove poté studiare all'Università di Glasgow. Incuriosito dai processi di distillazione locali decise di studiare in modo approfondito la catena produttiva, cosa in cui riuscì grazie al periodo di apprendistato presso la distilleria Longmorn di Strathspey. La sua permanenza in Scozia si prolungò grazie alla conoscenza di Jessie Roberta Cowan, donna che decise di sposare, garantendo così al giovane un ulteriore apprendistato presso la distilleria Hazelburn nel 1920. 

Nel novembre dello stesso anno i due fecero ritorno al paese natale di Masataka, dove questi lavorò presso la compagnia Kotobukiya. Il nome potrebbe essere sconosciuto ai più, ma si tratta proprio dell'azienda che divenne successivamente il colosso Suntory, dove lo stesso Masataka aiutò a gettare le basi per la produzione di un whisky locale, aiutato dai numerosi appunti che trascrisse durante l'apprendistato in Scozia.

Taketsuru, per produrre un whisky di qualità superiore decise di spostarsi ben presto in Hokkaido, l'isola più a nord tra le quattro principali che costituiscono l'arcipelago giapponese ed è qui che stabilì la sua compagnia, Dai Nippon Kaju, che assunse successivamente il nome Nikka.

Attenzione ai dettagli

I whisky giapponesi utilizzano oggi molti ingredienti importati direttamente dalla Scozia, soprattutto per riuscire a conferire il sapore torbato caratteristico degli scotch di Islay, tuttavia a fare la differenza abbiamo l'acqua utilizzata, che proviene dalle fonti locali, e una maniacale attenzione ai dettagli per restituire un'esperienza bilanciata, con una tendenza maggiore verso note delicate e profumate. Gli esperti sono rimasti talmente colpiti dall'approccio nipponico da conferire sempre più premi ai whisky giapponesi tra i quali spicca senza dubbio lo Yamazaki, una delle migliori produzioni in materia di scotch provenienti dal paese del Sol Levante.

Se non avete mai assaggiato un whisky, difficilmente riuscirete ad afferrare tutte le sfumature offerte dai prodotti giapponesi e non potreste facilmente tracciare una linea di demarcazione ben definita con quelli scozzesi, tuttavia è indubbio che anche chi non ha esperienza riesce a percepire un livello qualitativo estremamente elevato.

 



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