Lunedì, 23 Settembre 2019 - Ore
Direttora: ANNAMARIA FERRETTI
Facciamo Notizie

I concerti del Politecnico: si prosegue il 2 maggio con 'Contaminazioni. Punti di vista non scontati'

Pubblicato in Cultura e Spettacoli il 29/04/2019 da Redazione

L’incontro di vite animate da due fuochi è “L'Estro Armonico del Poliba”. Musicisti che non son semplicemente tali, in quanto la loro formazione artistica in Conservatorio è maturata di pari passo a quella scientifica presso il Politecnico di Bari. Ad unirli c’è però molto più del semplice desiderio di far incrociare, una volta tanto, le proprie due vite parallele. Oltre, c’è la voglia di perseguire un ideale di crescita continua ed ampio raggio che non tema, ma anzi esalti il concetto di “contaminazione” e che non faccia della cultura una camera a compartimenti stagni, ma un “open-space”. Difficile immaginare un campo più fertile, su cui tutto ciò possa attecchire e fiorire, di quello di un'Università, soprattutto se il terreno su cui essa si poggia è quello del nostro Bel Paese. In questa serata “L'Estro Armonico del Poliba” ci invita a lasciare gli ormeggi in un viaggio verso porti solo lontanamente conosciuti, dimenticandosi della téchne che muove i remi, pur necessari a ravvivare l’andatura, e a lasciarsi trascinare dalle ali dell’interpretazione, per varcare le colonne della “tranquilla” routine quotidiana, in un volo, solo in apparenza, folle. L’invito, secondo il modello di una coscienza interpretativa “ermeneuticamente” (o “scientificamente”, se preferite) educata, è quello di essere disposti a non fermarsi ad un certo punto nel percorso verso la comprensione, delimitando le proprie “pre-attese”. La scientificità della ricerca si realizza nella misura in cui i “pre-concetti” vengono via via rinnovati e sostituiti nel corso del lavoro di interpretazione, in modo sempre più adeguato e sempre più in sintonia con l’oggetto che viene indagato. Solo così l’intrusione contaminatrice di elementi apparentemente estranei all’oggetto del discorso potrà essere pienamente apprezzata. Liberi da tali catene, si arriva a comprendere come elementi in antitesi secondo propria natura, e per assiomatica definizione, possano coesistere in una pacifica lotta che scuote l’ascoltatore e lo conduce verso un cambio totale di prospettive. È questo l’intento del “Divertissement” di Igor Frolov, brano di apertura della serata, che disvela, da subito e per mezzo del linguaggio musicale stesso, gli intenti della serata. Giunti ad un nuovo equilibrio, meno “locale” e più “universale” di quello comune di partenza, ci si può allora avvicinare con occhi nuovi ad autori del recente così come dell’antico passato, senza remora alcuna, a patto che si sia guidati da uno spirito critico che una mente “scientifica” non può non aver maturato. Un animo così preparato custodirà la chiave per accedere all’intimità più delicata di alcune pagine di un meno conosciuto Dmitri Shostakovich, così come potrà domare l’impeto romantico di un compositore norvegese del tardo ottocento, Johan Halvorsen, capace di dare una dimensione nuova al finale di una suite di Handel, ottenendo qualcosa capace di sopravvivere oltre gli schemi formali dettati dalle epoche, in quanto dotato di un respiro ed una forza speciale che trasforma il procedere per variazioni di un’antica danza popolare assai cara alla tradizione “classica”, in un prodotto la cui potenza evocativa diventa paragonabile a quella di un elaborato sinfonico, nonostante due soli strumenti siano presenti in scena. Questa riproposizione dell’antico di cui a un certo punto si sente il bisogno fremente per superare l’esasperazione romantica, è quindi l’occasione più propizia per un confronto con uno dei giganti del passato, Georg Philipp Temelamann: simbolo di un comporre “internazionale”, fondatore del “Collegium Musicum”, con cui porta la musica nella propria Università, mentre era impegnato nei suoi studi di giurisprudenza. Della sua musica che traghetta il barocco verso il classicismo, sarà proposta quella dedicata a forme non certo tradizionali, come quella del concerto per quattro violini. Avendo pienamente accolto, a questo punto, l’invito ad assumere punti di vista non scontati e tantomeno “statici”, perseguendo nell’intento di cogliere l’evoluzione nel tempo di forme musicali che non muoiono con il periodo che hanno reso celebre, ma anzi si evolvono, manipolate dalle mani sapienti di compositori che hanno saputo dare loro vite nuove, si scopre che l’arte del contrappunto bachiano può danzare a ritmo di tango ed adattarsi alla libertà improvvisativa del jazz, come Astor Piazzolla ce ne dà dimostrazione nella sua “Fuga y misterio”.



loading...