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Bifest, Marco D'Amore miglior regista esordiente con 'L'Immortale': 'Voglio raccontare storie e sposare delle cause'. VIDEO

L'artista napoletano riceverà il premio Ettore Scola: 'Raccontando l'infanzia di Ciro ho tradito la serie TV, ma sentivo il bisogno di mostrare il lato più intimo e caldo della sua esistenza'

Pubblicato in Cultura e Spettacoli il 28/08/2020 da Giuseppe Bellino

 

È Marco D’Amore il miglior regista esordiente del Bifest: l’artista napoletano riceverà il premio Ettore Scola questa sera nell’arena di piazza Libertà. Premiata la direzione de ‘L’immortale’, midquel della serie TV Gomorra che riprende il personaggio di Ciro Di Marzio (interpretato dallo stesso D’Amore). Le vicende rappresentate si svolgono parallelamente a quelle della quarta stagione della serie.

La trama

Ciro Di Marzio, sopravvissuto al colpo di pistola che l'amico Genny Savastano era stato costretto a sparargli, è costretto ad andare via da Napoli e iniziare una nuova vita in Lettonia, a Riga, dove lavora per conto di Don Aniello Pastore al servizio dei clan russi suoi alleati. Qui ritrova Bruno, una persona che ha segnato la sua infanzia e la sua vita. Da qui riaffiorano i ricordi della sua infanzia segnata dalla perdita di ogni tipo di affetto a causa del terremoto dell’Irpinia nel 1980, che lo vide come unico sopravvissuto della sua famiglia a nemmeno un mese di età, da qui il soprannome l'Immortale, costringendolo di fatto a vivere di espedienti insieme ad alcuni suoi coetanei fin quando, avendo di nuovo perso la sua famiglia, ovvero Bruno e Stella, corre verso Secondigliano e lì conosce il giovane Attilio, che lo presenta a Don Pietro Savastano. Attraverso una serie di peripezie, Ciro si trova in mezzo a una guerra malavitosa che non è la sua, con i clan russi da un lato che detengono il controllo del traffico della droga in Lettonia, e dall'altro quelli lettoni, che lottano per affermare la supremazia criminale nella propria terra. Bruno poi tradisce Ciro, che con destrezza riesce però a cavarsela per l'ennesima volta.

“Non ho deciso di fare il regista – spiega Marco D’Amore - secondo me chi affronta questo mestiere come una scelta di vita non può far altro che stare sveglio rispetto a quello che accade e rispetto ai moti e cambiamenti della propria natura. Mi sono accorto fin da piccolo che avevo la necessità di fare l’attore e approfondire questo mestiere, ma che non era quello il mio desiderio. Avevo l’esigenza di raccontare storie, di approfondire un tema. La grande fucina di talenti che è Gomorra mi ha offerto la possibilità di sperimentare questo ruolo, ma non credo di essere un attore o un regista, non lo so che cosa sono. Ho diretto l’Immortale perché l’ho pensato, l’ho scritto insieme a sceneggiatori incredibili e ho creato il personaggio. Era fisiologico che fosse il mio sguardo ad attraversare questa vicenda. Io voglio mettermi a servizio dei temi e sposare delle cause”.

D’Amore ha spiegato anche la scelta di raccontare anche l’infanzia di Ciro Di Marzio: “Fosse stato per me avrei raccontato soltanto la storia di Ciro da bambino – prosegue -. Questo racconto ha a che fare con un esercizio: per interrogare un personaggio scrivo dei diari che non hanno a che fare con la sceneggiatura, ma mi servono per trovare degli appigli. Un giorno, parlando a questo Ciro Di Marzio che aveva quasi i miei stessi anni, gli ho detto: abbiamo una cosa in comune, siamo stati bambini. Da qui è nata la scintilla e ho cominciato a scrivere della sua infanzia. Questa scelta è quasi un tradimento a Gomorra che è una serie lineare. Credo che questa operazione fosse necessaria: doveva approfondire una esistenza di cui si era già detto tanto ma che non aveva mostrato il lato più intimo e caldo, quello dell’infanzia in cui la vita è amara però ci sono sogni e desideri che la rendono migliore”.