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Bressan dirige a Lecce il "Don Carlo" di Giuseppe Verdi

Maria Grazia Pani incontra per noi il famoso Direttore d'Orchestra

Pubblicato in Cultura e Spettacoli il 25/02/2014 da Maria Grazia Pani
Don Carlo manca dal Politeama di Lecce dal 1986 , un’edizione in cui dirigeva Angelo Campori. Dopo quasi trent’anni, il 28 febbraio 2014, il Don Carlo torna sul palcoscenico salentino (e in Puglia) con la direzione del Maestro Filippo Maria Bressan e la regia di Golat Ludek per la 45° Stagione Lirica del Politeama.
Nel ruolo di Filippo II una delle più belle e importanti voci di basso degli ultimi anni: Carlo Colombara. 
La versione scelta è quella italiana in quattro atti del 1884. Verdi scrisse una prima edizione del Don Carlos in cinque atti per l’Opera di Parigi nel 1867, in francese , su libretto di Camille du Locle, traendo ispirazione dall’omonima tragedia di Schiller. Don Carlos rappresenta un momento di svolta nella produzione verdiana; simbolo di una transizione dal melodramma ottocentesco verso i drammi di moderna concezione e struttura quali Otello e Falstaff.
Il politeama salentino si è affidato ad “uno dei più innovativi e interessanti direttori della nuova scuola italiana”, Filippo Maria Bressan.
Lo incontriamo a Lecce a pochi giorni dal debutto nel Don Carlo.
Lei è uno studioso della musicologia e della prassi esecutiva, e ha una profonda conoscenza della tradizione vocale italiana. Qual è stato il suo approccio con Don Carlo e quale la sua chiave di lettura?
L’opera di Verdi è una tassello fondamentale per comporre il quadro di una carriera vissuta, maturata attraverso lo studio attento delle varie fasi epocali della musica; una meta da raggiungere, considerando tutto un bagaglio storico che va dal seicento alla prima metà dell’ottocento.
Questo è il mio primo Don Carlo, un debutto sentito, a cui ho dedicato molto studio.
La mia è una lettura di tipo sinfonico, ma sempre nel rispetto delle voci.
Verdi dopo aver letto le recensioni di Don Carlos sui giornali francesi che lo accusavano di “wagnerismo”, commentò con disappunto: “ sono un wagneriano quasi perfetto”. Quanto Wagner c’è nel Don Carlo?
Direi che non ce n’è poi cosi tanto. La concezione della melodia, l’orchestrazione ,l’impostazione del recitativo sono completamente diversi rispetto alle opere wagneriane. Senz’altro Verdi non era ignaro delle tendenze artistiche del suo tempo, quindi è lecito pensare e constatare l’influenza wagneriana nelle sue partiture, ma dire che il Don Carlo è un’opera wagneriana, questo no!
Nel carteggio che ebbe con il librettista du Locle si evince che Verdi curava la nascita della sua opera in ogni minimo dettaglio, dando persino le “disposizioni” sceniche! Verdi quindi non solo compositore, ma drammaturgo e regista delle sue opere.
Qual è il compito del regista d’opera oggi? E qual è il tuo rapporto con la regia d’opera contemporanea?
Io sono molto sensibile all’aspetto “visivo” e quindi molto suscettibile a quello che avviene sulla scena . Per me tutto deve essere in armonia con la musica. Ho bisogno di avere un rapporto dialettico con il regista, un’interazione produttiva. E’ fondamentale il confronto tra regista e direttore d’orchestra , perché lo spettacolo è un tutt’uno. Con il regista Golat Ludek mi sono trovato in sintonia; lui ha la capacità di modificare le scelte registiche durante le prove per ottenere il miglior risultato in accordo con la musica e il dramma. Per quanto riguarda la regia contemporanea, ritengo che ci siano delle incompatibilità di linguaggio rispetto al messaggio musicale e registico che i compositori volevano trasmettere. Oggi i registi, soprattutto di cinema, cercano soluzioni diverse per trasporre l’impianto operistico alla ricerca di una modernità a volte eccessivamente ostentata. I risultati più proficui gli ho ottenuti con quei registi che approfondiscono, “scavano” nel testo cercando la radice e l’essenza dell’opera.
Eppure molti teatri importanti si affidano ad allestimenti che hanno come unico obbiettivo l’attualizzazione delle epoche storiche indicate nei libretti d’opera (penso per esempio alla Butterfly prostituta seminuda in un cubo di plexiglass)
Non sono d’accordo, perché i libretti e le azioni si svolgono in un contesto particolare che è quello che il compositore voleva. Ciò che il compositore ha previsto deve essere rispettato, quindi se un regista mette in scena Lucia di Lammermoor , o altre opere dell’ 800, col plexiglass, distrugge l’impianto originale. Se invece si da una lettura “ritoccata”, inserendo anche delle modernità, per esempio un certo uso delle luci ( alcuni light designer di oggi sono davvero eccezionali!) o delle videoproiezioni (fatte bene), si può portare un tocco di novità ma rispettando le grandi linee dell’opera d’arte e il suo contesto generale. Anche i paesi anglofoni e germanici sono stanchi di cantanti vestiti con impermeabili e giubbotti di pelle nera e di insegne al neon. La provocazione c’è già stata e si può considerare superata. Tutta questa “pseudo avanguardia” è stata già vista tra il 1970 e il 1990. Ora basta! Non si può stravolgere completamente l’opera d’arte.
Quindi come diceva Verdi : “Torniamo all’antico, sarà un progresso!”
Certamente.(sorride)
Crede che l’opera lirica dal vivo sopravvivrà al mondo globalizzato della rete ?
Assolutamente si! E’ come per la musica leggera o il jazz: ascoltare un cantante dal vivo ci pone in una condizione diversa rispetto all’ascolto tramite iPad! L’emozione è differente, c’è un coinvolgimento totale dell’ascoltatore durante un concerto: si mettono in funzione tutti gli organi di senso! L’eccessiva virtualità porterà …ad una stanchezza globale, ad un inerzia! (ride) Dopo tutto è meglio uscire con gli amici, e magari andare a teatro, che starsene a casa davanti a un monitor di un computer!
Quindi sono ottimista: non solo sopravvivrà l’opera lirica, ma potrebbe aumentare la sua domanda e quindi l’offerta. Io credo nei giovani e sono certo che loro sapranno riportare l’entusiasmo e l’interesse per l’opera!
Lei ha conosciuto il Maestro Abbado e ha avuto modo di collaborare con lui. Qual è il suo ricordo di questo grande artista?
Ricordo con piacere il momento delle prove, quando lui chiedeva a tutti i musicisti di ascoltarsi a vicenda, e allo stesso tempo di prestare attenzione ai cantanti sul palcoscenico. Abbado pretendeva sempre la massima partecipazione e il massimo ascolto. Mi piaceva molto come affrontava le partiture, il suo studio così profondo e meticoloso, e quando provavamo mi accorgevo che eravamo sulla stessa linea d’onda. Lui riusciva a rendere trasparente qualsiasi linguaggio, anche il più intricato e complesso. Claudio Abbado è stato un artista generoso: ha fatto cose importanti per gli altri, con le Orchestre che ha fondato, dando la possibilità ai giovani talenti di lavorare!
Lei dirige in tutto il mondo, vive in Germania e insegna da alcuni anni al Conservatorio “Nino Rota” di Monopoli. Qual è il suo rapporto con la Puglia?
Sono arrivato a Bari nel 1996; subito dopo mi sono trasferito a Monopoli. Nonostante le difficoltà, la fatica che mi costa viaggiare , preferisco restare qui, in Puglia, eludendo qualsiasi domanda di trasferimento al Nord, la mia casa. L’ambiente, la dimensione umana, il clima, i sapori, il mare, mi hanno colto di sorpresa, facendomi innamorare giorno dopo giorno di questa terra magnifica e della sua gente! Auspico che la Puglia possa migliorare la sua offerta musicale, puntando anche alla valorizzazione di compositori come Piccinni, Leo e Mercadante che hanno dato tanto a questa terra.