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Ancora morti per un terremoto: ma cosa si può realmente fare?

Abbiamo incontrato Gioacchino Francesco Andriani, docente di Meccanica delle Rocce e delle Terre presso il Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

Pubblicato in Cronaca il 29/08/2016 da Redazione Speciali

A sette anno dal sisma che colpì l'Aquila, oggi piangiamo ancora morti per un terremoto. Sotto tiro è nuovamente il centro della nostra penisola, ma come è possibile che ciò accada nel terzo millennio?

Mi fa una domanda a cui rispondere in poche righe è davvero difficile, ma cercherò di essere breve e, soprattutto, chiaro. Gran parte del territorio italiano, oltre il 60%, è a rischio sismico e, allo stesso tempo, popolato da gente che vive in abitazioni abbastanza datate, progettate e costruite senza la dovuta attenzione a problematiche di questo tipo.

Quindi mi sta dicendo che gran parte delle colpe sono attribuibili all’uomo?

Certo! È veramente lunga la scia di eventi sismici drammatici che hanno interessato il nostro territorio nazionale sin dalla notte dei tempi. Se in passato per le antiche tecniche di costruzione e per la scarsa conoscenza del suolo e del sottosuolo non siamo stati all’altezza di affrontare tali problematiche, oggi abbiamo tutti i mezzi per farlo nel migliore dei modi. Il terremoto è un fenomeno naturale imprevedibile che si manifesta attraverso scuotimenti del suolo indotti dalla rottura delle rocce sottoposte a tensioni. A grandi linee, siamo a conoscenza della massima energia elastica liberata che può essere misurata in ogni zona del territorio italiano.

E quando vanno giù abitazioni o infrastrutture di nuova realizzazione o appena ristrutturate?

Negligenza dell’uomo, solo negligenza dell’uomo. Già Pasolini, in un intervento del 1975 pubblicato sul “Corriere della sera”, parlava di “sviluppo senza progresso”, a proposito delle case costruite durante il trentennio 1945-1975, denunciandole “come una vergogna” per il modo in cui erano state costruite e per la politica che le aveva promosse, una politica votata al consumismo, all’edonismo, appunto allo “sviluppo senza progresso”. Oggi le cose sono solo in parte cambiate, ma la questione di fondo resta identica.

Si sente parlare di mancanza di una normativa adeguata, di certificato di idoneità statica degli edifici da rivedere, dell’istituzione del fascicolo del fabbricato come strumento preventivo, ma lei cosa ne pensa al riguardo?

In questi giorni, sono veramente triste e addolorato per quanto accaduto, ma sono anche oltremodo arrabbiato. Vuole sapere il perché? Perché L'Italia è un paese pieno zeppo di leggi e di circolari applicative, non sempre scritte in modo chiaro e dalle univoche interpretazioni. Quindi, credo proprio che non sia quella la via per la risoluzione del problema. E poi, in Italia “Facta lex inventa fraus”.

Ma forse una legge eccezionale, in questo caso, ci vorrebbe?

Forse sì, ma non risolverebbe definitivamente il problema. Siamo già “ingessati” dalle leggi e, soprattutto, dalla burocrazia. Guardi, in Italia, a due anni dal terremoto dell’Irpinia del 23 novembre del 1980 nacque il primo Ministero per il Coordinamento della Protezione Civile, diretto da Giuseppe Zamberletti, ma solo  nel 1992, con la Legge n.225, fu istituito il Servizio Nazionale della Protezione Civile. I terremoti non aspettano!

E allora che si fa?

Innanzitutto una adeguata politica di prevenzione costa agli italiani molto meno che andare a “correre ai ripari”, in termini di vite umane e di risorse economiche. Interventi di consolidamento in fondazione e di adeguamento alle norme sismiche vigenti per i fabbricati richiedono sforzi di natura economica almeno 5 volte inferiori rispetto a quelli necessari per il recupero di edifici distrutti da un terremoto. Poi, è arrivato il tempo di cambiare rotta: è necessario far crescere le nuove generazioni in contesti sani, improntatati all’etica ambientale e politica, nel senso etimologico del termine, al senso civico e quindi naturalmente lontani da "culture dell’affare" (nel suo valore peggiorativo). Le generazioni passate hanno eletto a loro idoli personaggi negativi. Lo stesso accade oggi, ma abbiamo il dovere di far crescere i nostri figli con altri valori, quelli veri.

E quindi?

Lo Stato dovrebbe investire nella famiglia, nella scuola, nella cultura e nella ricerca scientifica. Negli ultimi 10 anni, ho riscontrato nei miei allievi all’università un livellamento verso il basso, direi piuttosto evidente, ma non è colpa loro. Ed è inammissibile che Higuain costi alla Juve più di quanto il nostro Stato investa in un anno per la ricerca scientifica.

A cosa lega questo default culturale?

Fattori sociologici, in primis. Ricordiamoci che è molto più facile manipolare “colui che ignora”.

Ritorniamo ai terremoti, e, in particolare, al rischio sismico in Puglia.

Purtroppo, anche la Puglia non è immune da questo rischio. La Daunia, il Gargano e le Tremiti sono le zone più a rischio, ma non è detto che nelle altre zone non possano verificarsi episodi drammatici. Perché si verifichi un crollo con conseguenze inenarrabili non è necessario che un edificio sorga in una zona epicentrale. Anche il Salento, teoricamente l’area pugliese a minor rischio sismico, è stata interessata in passato da eventi dai risvolti drammatici per terremoti con epicentro nel Basso Ionio. C’è uno stretto rapporto tra intensità dell’evento sismico, costituzione del sottosuolo e caratteristiche costruttive degli edifici. Eventi sismici della stessa intensità, in particolari condizioni ambientali e geologiche, possono portare alla liquefazione dei terreni in fondazione, mentre in altre situazioni possono anche non avere risvolti negativi tangibili.

Quindi, mi pare di capire l’importanza fondamentale della geologia e della conoscenza del territorio, in termini anche di evoluzione naturale morfologica, per comprendere i reali rischi che si corrono o sbaglio?

Non sbaglia affatto! Purtroppo, spesso accade che vengano trascurati questi ultimi due aspetti e che l’attenzione sia rivolta solo alle problematiche di tipo ingegneristico, anch’esse molto importanti.

Dobbiamo aspettarci in Italia altri eventi nefasti?

Spero di no, ma credo proprio di sì.