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'Covid-19, Qualità dell’aria e immunità': ecco lo studio completo del dottor Antonio Caradonio

Pubblicato in Cronaca il 24/03/2020 da Redazione

Di seguito lo studio completo realizzato dal dottor Antonio Caradonio, che affronta il rapporto tra la diffusione del Covid-19 e la qualità dell'aria. 



Covid-19, Qualità dell’aria e Immunità

di Antonio Caradonio



Sir Peter Medawar, biologo inglese che nel 1960 con Sir Frank MacFarlane Burnet fu insignito del Premio Nobel per la Medicina, alla domanda su cosa fossero i virus, ebbe a rispondere che erano “cattive notizie avvolte in una proteina”. 

Una definizione quanto mai attuale, vista la cronaca di questi mesi, ma non sempre vera. Non tutti i virus portano “cattive notizie”, o perlomeno non per tutti gli “ospiti”. Un virus infatti, non deve automaticamente far ammalare il suo ospite, esso è solo programmato per replicarsi e diffondersi. 
Certo, per raggiungere i suoi obiettivi deve entrare nelle cellule, sovvertire i loro meccanismi fisiologici per moltiplicarsi e spesso, così facendo, le distrugge. Ma non sempre. A volte tra ospite e virus si genera un equilibrio che non porta danni e il virus si sposta da un ospite ad un altro ospite senza sintomi. A volte invece, la “tregua” tra virus e ospite perdura per generazioni portando ad un accomodamento evolutivo per cui il virus diventa meno virulento e il parassitato più tollerante. Infine, come nel caso di Covid19, un virus del tutto sconosciuto all’Umanità, in assenza di una memoria immunitaria, su alcuni soggetti defedati incapaci di una valida risposta di difesa, può prendere il sopravvento, mentre in altri, vigorosi da un punto di vista immunitario, può provocare reazioni esagerate che colpiscono, come un “fuoco amico”, propri organi essenziali, in questo caso le vie respiratorie. Tuttavia, se questo è solo un esercizio introduttivo, obiettivo di questo articolo non è quello di un focus sul coronavirus della Sars-cov2, molti autorevoli virologi se ne occupano e se ne occuperanno. Né presentare gli aspetti epidemiologici di questa pandemia che, igienisti e medici di sanità pubblica di tutto il Mondo, come fossero davanti ad un gigantesco puzzle, provano a definirne i contorni.

Ma aggiungere qualche aspetto, forse ritenuto meno importante in questo momento emergenziale, che aiuti a definire le ragioni per cui il nostro Paese è, al Mondo, quello con la maggiore morbilità e mortalità.

Da dove sia saltato fuori Covid19 è stato ampiamente spiegato.

Ciò che non trova alcuna spiegazione logica è perché larghe parti della opinione pubblica italiana abbiano accettato l’ipotesi geo-economico-fanta-politica che il virus fosse il risultato di un complotto tra Super Potenze, o fosse sfuggito di mano a qualche maldestro gruppo di scienziati. Aspetto, quello della mancanza di empatia e fiducia tra opinione pubblica e scienza, che un giorno o l’altro noi pediatri dovremo affrontare, vedi fenomeno No-Vax.

Per arrivare infine all’ipotesi, seria e speriamo universalmente accettata, del salto di specie dai chirotteri, i pipistrelli, all’uomo.

Un passaggio già molte volte dimostrato per altri virus e che, con ogni probabilità, sarà confermato anche per questo nuovo coronavirus.

Ma perché proprio i pipistrelli?

A rispondere furono nel 2006 i virologi Charles Calisher, K. Holmes, T.  Schountz,

J. Childs e Hume Field in un articolo (1) che ha rappresentato una pietra miliare

per la microbiologia e la infettivologia: “In realtà quando abbiamo deciso di mettere giù in po' di idee al riguardo, - racconta Calisher in una delle sue innumerevoli conferenze -, ne sapevamo poco quanto niente. Ma questo a volte produce successi insperati. Nessuno di noi aveva preconcetti”. (2)

 

 

 “Sollevando il Velo Impenetrabile”

I “preconcetti”. Uno dei principali ostacoli al confronto scientifico e poi a cascata, sulle scelte strategiche sanitarie, economiche e politiche.

Allora vediamo.

I pipistrelli sono mammiferi. Un ordine, i Chiroptera, composto da 1116 specie. Ovvero il 25 per cento delle specie conosciute dei mammiferi, cioè un mammifero su quattro, è un pipistrello.

Sono animali molto sociali, fino a un milione di soggetti stipati in una sola tana o una caverna. Sono molto antichi, i primi esemplari datano circa cinquanta milioni di anni fa, quindi un periodo molto lungo di contatti tra i virus e i pipistrelli che, insieme ai grandi numeri delle comunità dei chirotteri, può aver contribuito alla diversità virale e al reciproco continuo rimescolamento genico. E sono molto longevi, fino a venti-venticinque anni di vita.

Insomma, tutti fattori questi, che accrescono le opportunità dei virus che occupano quella nicchia biologica ed ecologica di trovare nuove “combinazioni” più utili a ciò per cui sono programmati, ovvero la più alta probabilità di trasmissione possibile. Concetto sviluppato dal premio Nobel Sir Ronald Ross (3) che con la “matematica delle epidemie” dimostrò come il problema della diffusione delle malattie fosse risolvibile attraverso un’equazione basata su tre parametri che suddividevano la popolazione in: Suscettibili (S), Infetti (I) e Guariti o Deceduti (R), recovered in inglese, e che determina un valore definito R0.

Quanto più è alto R0, tanto più un virus è capace di trasmettersi. Un’ottima cosa per i patogeni. Come per Covid19.

Tanto ottima che il 10/03/2020, in ordine all’estendersi dell’epidemia da Covid19 in tutta Italia, il Governo stabiliva che non solo la Lombardia e alcune province del Veneto, Emilia-Romagna e Marche dovessero essere considerate “Zona Rossa”, ovvero le zone dove l’infezione era deflagrata, ma tutto il Paese.


         

Un obiettivo, quello del contenimento della diffusione del contagio, teso a bloccare la curva epidemica che al 23/03/2020 nel nostro Paese presentava un numero di infetti pari a 50.418, guariti pari a 7.432 e deceduti pari a 6.077, e che era partito dalla corretta asserzione che l’unico modo utile per fermare questo coronavirus, fosse quello di bloccarne il passaggio da uomo a uomo.

In altre parole, Covid19 dopo un lungo cammino evolutivo nei pipistrelli, non solo era riuscito a fare un salto di specie, ma era riuscito a trovare la possibilità di una trasmissione interumana per via aerea, veicolato dalle goccioline di C. Flugge. E siamo ai giorni nostri. 

La parola d’ordine del Governo è “restare a casa”. Una sorta di quarantena auto-indotta.  Un sacrificio in termini di limitazioni della libertà personale, della socializzazione e degli scambi commerciali che darà il risultato di limitare drasticamente il numero di malati e di decessi, se i comportamenti dei singoli saranno responsabilmente al servizio della collettività. Ad ogni modo, affinché questo articolo raggiunga l’obiettivo di fornire altri spunti di riflessione, occorre tornare brevemente all’origine geografica di questa virosi. I dati indicano nella provincia di Hubei, sud della Cina, in particolare Wuhan, sua capitale da oltre dieci milioni di abitanti, l’inizio del focolaio.

Tuttavia, il drammatico estendersi in Italia del contagio, in qualche modo sganciato dall’epicentro cinese, se da un lato ha indotto le autorità sanitarie a compiere ogni sforzo pur di arginare il contagio, dall’altro ha indotto molti epidemiologici, virologi e medici di sanità pubblica a interpretare le ragioni di tale situazione. Infatti, che il primo focolaio fosse scoppiato a Wuhan è certo, ma come esso poi sia arrivato in Lombardia con una acuzie e una virulenza inimmaginabili, non trova una chiara evidenza. Forse il virus avrà seguito più vie per giungere in Italia. Ecco perché sono utili le parole di C. Calisher: “Nessuno di noi aveva preconcetti”. Sappiamo che il paziente UNO, quello responsabile del focolaio a Codogno, un piccolo paese della bassa Lodigiana, e che per primo era giunto in osservazione, non è mai stato in Cina, mentre l’amico col quale aveva cenato qualche sera prima, lui sì manager che era stato in Cina, era poi risultato negativo al test per il coronavirus. Quindi, sarà la Filogenesi Molecolare con la sua capacità di calcolare la «divergenza evolutiva», in parole povere la velocità e l’epoca del cambiamento della sequenza nucleotidica del virus, a stabilire la distanza temporale e il cammino compiuto dal virus. Un po' come accaduto per l’Aids grazie a M. Worobey. (4). Ma come mai proprio a Codogno, poi Vò Euganeo e altri piccoli o grandi comuni delle province di Lodi, Bergamo e Brescia, Padova, compresi i capoluoghi, e poi comuni della Emilia-Romagna, del Piemonte, della Liguria e delle Marche? Il cuore pulsante della nostra economia nazionale!

Quali potevano essere i fattori che facevano dell’Italia il cratere del sisma Covid19? Una probabile spiegazione era offerta dalla curva anagrafica della popolazione italiana, tutta spostata verso la terza età, che offre al virus un ampio bacino di potenziali obiettivi. Fenomeno che secondo alcuni ricercatori non si è verificato in ugual misura in Cina perché quel Paese, da un punto di vista demografico, conserva ancora la piramide come figura geometrica, cioè la maggior parte della popolazione è giovane, alla base della piramide, e pochi sono gli anziani, al vertice della stessa. Mentre in Italia si parla di demografia a cono di gelato perché pochi sono i giovani, alla base, e moltissimi sono gli anziani, tutti nella ampia parte apicale.

Tuttavia, questa spiegazione è smentita da ciò che è accaduto in Giappone. Nel Paese più demograficamente simile al nostro, la curva epidemiologica ha flesso molto rapidamente. Di certo per le caratteristiche sociali di quel popolo, molto più riservato. Di certo perché più rigoroso del nostro di fronte ad una legge che impone la quarantena. E tuttavia devono esserci altre concause, oltre alla evidente virulenza di Covid19, capaci di spiegare la catastrofe che si è abbattuta con così particolare ferocia su alcune aree dell’Italia.

Ecco allora che risuonano come un monito inascoltato le parole di Sarah Whitmee, ricercatrice della UCL tra le più accreditate nello studio degli ecosistemi, efficacia delle aree protette e degli impatti dei cambiamenti climatici sulle specie animali che, alla Commission on Planetary Health organizzata dalla rivista Lancet nel 2015 affermò: “Un crescente corpo di prove dimostra che la salute dell’Umanità è intrinsecamente legata alla salute dell’Ambiente, tuttavia con le sue azioni l’Umanità ora minaccia di destabilizzare i sistemi chiave di supporto della Terra (…) ipotecando la salute delle generazioni future per realizzare vantaggi economici e di sviluppo del nostro presente”. (5)

Ovverossia se l’Ambiente soffre, l’Umanità paga pegno.

Ora, se è noto che le condizioni ambientali sono pessime in Cina per il tumultuoso incedere della industrializzazione selvaggia con città popolate da milioni di persone, e quindi non fanno più scalpore le immagini di migliaia di persone che si aggirano con fragili mascherine nell’illusione di limitare i danni da smog, meno note, o forse solo meno consapevoli, sono le drammatiche condizioni in cui versano da un punto di vista ambientale e di salute paesi come la Corea del Sud, il Sud-Est Asiatico, l’Iran, i Balcani e l’Italia, soprattutto la Pianura Padana.

Quanti pediatri conoscono il Progetto VIIAS, la “Valutazione Integrata dell’impatto dell’Inquinamento Atmosferico sull’Ambiente e sulla Salute in Italia”? (6)

Nel rapporto del 2018 si legge: “l’inquinamento dell’aria, un problema alquanto diffuso in alcune aree del nostro Paese, significativamente nella Pianura Padana, questa forma di inquinamento provoca decine di migliaia di morti premature e un consistente aumento della morbilità sia acuta che cronica”.

Forse ai pediatri più noto è lo Studio “SENTIERI”, acronimo che sta per: Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento (7). Un sistema di osservazione sistematica e permanente di monitoraggio dello stato di salute della popolazione che risiede in 45 siti fortemente inquinati di interesse nazionale.

 


Studio dal quale emergono almeno due considerazioni: “La contaminazione ambientale, fumi di combustione dei motori e il fumo di tabacco, e quindi l’esposizione prenatale a biossido d’azoto (NO2), anidride solforosa (SO2) e particolato (Pm2,5 e PM10), aumentano in modo statisticamente significativo il rischio di sviluppare wheezing (broncospasmo) e asma nei bambini” (8), e ancora: “I contaminanti dell’aria scatenano: l’SO2 il broncospasmo, l’O3 ozono, l’infiammazione delle vie aeree e sensibilizzazione ad allergeni, e l’NO2 biossido di azoto, scatena l’infiammazione, oltre che essere precursore di O3” (9).

Vi è un ulteriore parametro da considerare, il DALY (Disability Adjusted Life Years), uno strumento che serve a quantificare il peso di una malattia sulla qualità della vita e sulla sua durata.

Esso ci dice che le attese di vita e la qualità della vita nelle popolazioni esposte agli inquinanti ambientali e dell’aria sono drasticamente ridotte.

Insomma, forse accanto alla forza di Covid19 dobbiamo considerare un altro parametro fondamentale: l’AQI.

L’Air Quality Index. L’Indice di Qualità dell’Aria.



L’Indice di Qualità dell’Aria, con numeri e colori, mostra quali sono i valori di salubrità e quali quelli di sofferenza. E lo fa incrociando la misurazione di alcune sostanze con le diverse condizioni climatiche di ciascun luogo. Parametri trascurati in una sorta di delirio di onnipotenza dell’Umanità.



Sì, perché, non basta la misurazione della concentrazione del particolato PM2,5 e PM10, di NO2 biossido d’azoto, di O3 ozono, di SO2 anidride solforosa, di CO monossido di carbonio, di ammoniaca e di piombo, ma occorre porli in relazione al vento, alla temperatura, all’umidità e alla pressione atmosferica. Quelle che seguono sono le immagini che in tempo reale mostravano alla data del 18/03/20 la situazione in Europa.



E nel mondo: 


La qualità dell’aria, quindi, come comune denominatore capace di tenere insieme luoghi tanto lontani e diversi tra loro, eppure così incredibilmente vicini nel dolore. Un fil rouge che disegna una fascia dalle sfumature arancioni, rosse, violacee e nere in base alla minore o maggiore velenosità dell’aria e che abbraccia Wuhan e Codogno, Teheran e Bergamo, oltre a presentare dei foci intorno alle grandi città e alle zone industriali d’Europa, del Medio Oriente, d’America del Nord e del Sud, di Asia e d’Australia. Ma l’analisi può e deve essere più precisa. Dal 2014 è disponibile una verifica storica della qualità dell’aria per molti luoghi, tra cui gran parte dell’Italia (ne sono prive le regioni del Sud e le isole, a parte la Campania), e che le amministrazioni comunali, regionali, statali e sovra-nazionali hanno trascurato presentando un conto assai pesante. Quello che segue è il grafico riguardante Milano, zona Duomo. Gli sforamenti giornalieri soprattutto nei mesi invernali di PM2,5 sono tanto costanti quanto numericamente importanti.



Questa invece è Londra, Westminster. La differenza balza agli occhi.



Questa è la città di Wuhan.



Agghiacciante. Tutto in rete e in tempo reale!!!

Ovviamente in tutto questo il coronavirus svolge un ruolo fondamentale.

È un virus altamente contagioso e ignoto alla popolazione mondiale, due punti a suo favore che lo rendono più aggressivo dei virus influenzali che, pur mutando di anno in anno, abbiamo imparato a contenere con maggiore efficacia anche grazie alla vaccinazione, oltre che all’accomodamento evolutivo, e che è capace di determinare una polmonite interstiziale molto grave, al pari di altri coronavirus come Sars e Mers, per la quale i sistemi sanitari di tutto il mondo appaiono gravemente impreparati.

E tuttavia la cosa più drammatica di questa pandemia da coronavirus è che già altre volte l’Umanità aveva rischiato la catastrofe, e più e più volte scienziati di ogni latitudine avevano preconizzato “The Next Big One”. Una nuova Pandemia.

Rileggiamo le parole di Donald S. Burke, responsabile del Dipartimento di Public Health della University of Pittsburgh che così scriveva in un suo importante lavoro nel lontano 1998: “il virus che avrebbe scatenato una epidemia/pandemia avrebbe dovuto rispondere a questi tre criteri”.

 

Capace di epidemie umane, e tra questi erano annoverati gli orthomyxovirus (gruppo che comprende i virus influenzali) e i retrovirus (e tra questi i virus dell’Aids)

Capace di epidemie in popolazioni di animali non umani, e tra questi sempre gli orthomyxovirus come Hendra e Nipah e i coronavirus come Sars-cov

Ad alta capacità intrinseca di evoluzione, cioè estrema facilità di emergere grazie a meccanismi di mutazione e ricombinazione genica, come i retrovirus, gli orthomyxovirus e, soprattutto, i coronavirus. (11)


A quelle parole fecero eco, nello stesso anno, le osservazioni di R. G. Webster (12), una delle massime autorità mondiali in ambito virologico, già membro della Royal Society di Londra e della Nuova Zelanda nel 1990 per i suoi studi sulla influenza umana e aviaria il quale, alla consegna nel 1998 della più alta onorificenza scientifica americana, la National Academy of Science, alla domanda circa la probabile nuova epidemia/pandemia rispose: “solo il diavolo sa quale sarà la prossima”, sapendo di aver detto una mezza verità. Mentre, lontano dai microfoni e a denti stretti, ammise che qualora fosse scoppiata una epidemia con virus ad alta diffusibilità e mortalità beh, a quel punto … “che Dio ce la mandi buona”.

Da quel lontano 1998 molti sono stati gli sforzi compiuti dalla comunità scientifica internazionale per metter su un sistema sofisticato di sorveglianza mondiale.

Come la EcoHealth Alliance di Peter Daszak (13), che annovera nei suoi ranghi Jon Epstein, per il suo lavoro su Nipah virus, Aleksei Chmura, esperto di Sars-cov e Billy Karesh, uno dei massimi esperti di zoonosi al mondo.

E poi Google, con il suo progetto di GVFI (Global Viral Forecasting Initiative) diretto da un allievo di Donald S. Burke, Nathan Wolfe (14), che si adopera a raccogliere ogni giorno campioni di sangue su carta da filtro sia dalla popolazione umana che da quella animale in Africa e in Asia, come uno screening sistematico dei virus in procinto di compiere un salto di specie.

Per arrivare al centro più accreditato oggi nel mondo diretto da Ian Lipkin (15) alla Columbia University.

Biologo Molecolare di fama mondiale, Ian Lipkin è “John Snow Professor” in Epidemiologia e Sanità Pubblica, oltre che uno dei massimi esperti di Epigenetica in Neurologia, Fisiologia e Patologia Generale.

Va detto che aver attribuito a Ian Lipkin la qualifica di “John Snow Professor” ha rappresentato il massimo riconoscimento accademico possibile, non solo per aver compreso le “origini” di fenomeni biologici e patologici di numerose affezioni tra le quali – SARS, MERS, EBOLA, AUTISMO –, ma soprattutto per appartenere a quella rara specie di ricercatori che definiscono le cause e gli sviluppi di patologie di interesse mondiale come fece, appunto, il giovane John Snow nel 1855 a Londra. John Snow, non solo comprese che l’epidemia di colera nella città inglese fosse legata all’acqua e in particolare a quella che sgorgava da una fontana in Broad Street, ma si incaricò egli stesso di rimuovere quella leva che consentiva alla gente di prelevare acqua infetta, spezzando così il contagio.

Oggi le tecniche per definire gli agenti infettanti sono enormemente più sofisticate di quelle di John Snow.

Ian Lipkin utilizza il sequenziamento ad alta efficienza (high throughput), capace di sequenziare migliaia di campioni in modo rapido ed e economico, la MassTagPCR, che identifica segmenti di genoma amplificati mediante spettrometria di massa, e la GreenChip, capace di ricercare migliaia di differenti patogeni simultaneamente. E lo fa grazie ai campioni raccolti e inviati da Epstein e Chmura con l’obiettivo di allertare la comunità scientifica circa l’imminente nuovo salto di specie operato da un tipo di virus.

Questo articolo non ha l’obiettivo di analizzare le cause che non hanno permesso di bloccare Covid19, tuttavia può tornare utile ricordare le parole di G. Dwyer (16): “Ogni piccola cosa che facciamo può abbassare il tasso di infezione, se ci rende diversi gli uni dagli altri e non corrisponde al comportamento standard del gruppo”. Greg Dwyer quindi, autorità mondiale in ecologia matematica, ci ricorda che il primo e più rapido meccanismo capace di arrestare l’avanzata di agenti infettanti, è assumere comportamenti non massivi come l’isolamento.


Covid19 non ha gambe se non le nostre, però una mano in aiuto da noi l’ha avuta. E non solo perché per soddisfare la fame d’energia necessaria al mondo produttivo al fine di raggiungere bisogni economici, abbiamo esercitato un impatto devastante sui delicati sistemi eco-biologici del pianeta, ma per la scarsa attenzione che per troppi decenni abbiamo mostrato verso le nuove tecnologie a energia sostenibile. Che risposta abbiamo dato al IPCC (Intergovernamental Panel Climate Change) che così si è espresso nel 2013: “il rischio di una irreversibilità dei fenomeni estremi come alluvioni, uragani, ondate di calore e incendi che colpiscono le aree urbane come ciò che resta del Pianeta, ha effetti diretti e indiretti sulla mortalità delle specie viventi”? Come abbiamo valutato ciò che lo IARC (International Agency of Research on Cancer) ha asserito inserendo l’inquinamento atmosferico nel gruppo 1 dei cancerogeni certi, soprattutto il PM2,5, quale causa evidente di tumore al polmone e alla vescica?

In che considerazione abbiamo tenuto il report dell’istituto IHME (Institute for Health Metrics and Evaluation) che nel 2016 ha posto l’inquinamento atmosferico come seconda causa di mortalità ambientale dopo il fumo di tabacco, valutando come assurdamente superiori ai limiti imposti non solo dall’OMS, ma anche dalle norme di molti singoli stati, i parametri della concentrazione dei vari inquinanti atmosferici?

Dal Rapporto del Ministero per la Tutela dell’Ambiente e del territorio e del Mare: “Il particolato fine (PM 2,5) scaturisce da tutti i tipi di combustione, inclusi quelli dei motori di auto e motoveicoli, degli impianti per la produzione di energia, della legna per il riscaldamento domestico, degli incendi boschivi e di molti altri processi industriali. Come per il PM10, queste particelle sono caratterizzate da lunghi tempi di permanenza in atmosfera e, rispetto alle particelle grossolane, sono in grado di penetrare più in profondità nell’albero respiratorio umano. Anche il particolato PM2,5 è in parte emesso come tale direttamente dalle sorgenti in atmosfera (PM2,5 primario) ed è in parte formato attraverso reazioni chimiche fra altre specie inquinanti (PM2,5 secondario), anzi si può sostenere senza troppa approssimazione che tutto il particolato secondario all’interno del PM10 (e che ne rappresenta spesso la quota dominante) sia costituito in realtà da particelle di PM2,5” (17).

Quindi, traffico veicolare – maggiormente a rischio i centri urbani -, riscaldamento urbano e industriale – maggiormente a rischio centri urbani e contesti produttivi – utilizzo in centrali a biomasse di materiale boschivo – maggiormente a rischio i centri a ridosso di queste centrali che possono essere di piccole dimensioni (valli alpine o appenniniche), medie o grosse dimensioni (a ridosso di centri urbani), vasti incendi (come quelli che continuano a devastare l’Amazzonia e l’Australia) e processi industriali altamente inquinanti, sono causa diretta del danno a livello delle vie respiratorie ed è chiaro che se i bambini hanno un danno acuto espresso da wheezing (broncospasmo), gli adulti, e soprattutto gli anziani, hanno un danno cronico con sempre minori probabilità di compenso ove giungesse un fattore capace di alterare un fragile e precario equilibrio.

Argomento questo che conduce a una ultima riflessione che in una recentissima review del 2020 dal titolo: “Le mutazioni epigenetiche della immunità (locale) in relazione con l’età”, e pubblicata su Nature Reviews Immunology, così ammonisce: “Le barriere epiteliali della pelle, delle vie aeree e dell'intestino formano interfacce essenziali che rilevano e rispondono costantemente ai segnali esterni e interni, e l’adattamento alle esposizioni ambientali rappresenta una proprietà delle cellule che compongono queste barriere. Ma se nei metazoi più semplici che non hanno cellule immunitarie specializzate, questa funzione ricade esclusivamente sulle cellule


epiteliali, nei mammiferi più complessi le cellule immunitarie possono mediare questo processo. Ora, affinché un tessuto barriera possa accedere in modo ottimale alle informazioni derivate da un precedente evento immunitario per dare una risposta, tali informazioni devono essere memorizzate in tipi di cellule accessibili localmente. Ed è ovvio che le deviazioni nella conservazione o nel recupero della memoria possono predisporre un tessuto a conseguenze patologiche. Del tipo che: una memoria insufficiente porta ad un aumento delle infezioni, un eccessivo recupero della memoria determina un'infiammazione cronica e che una memoria insufficiente o eccessiva potenzialmente induce malignità”.

Proprio quello che accade con un nuovo virus come Covid19. E continuando.

“Le cellule immunitarie capaci di essere presenti in loco in breve termine sono definite “cellule transitorie”, quelle che hanno la capacità di risiedere a lungo termine in “cellule residenti componenti essenziali” e quelle fisse in “cellule residenti permanenti”. Tutte cellule della memoria immunitaria adattativa che rappresentano solo uno dei fattori con cui i tessuti e gli organismi possono adattarsi durante gli eventi immunitari. E sappiamo che la memoria immunologica, infiammatoria e neuronale, è soggetta a vari fattori ambientali o a ospiti indipendenti, tra cui temperatura, metabolismo, ormoni e cicli circadiani, che possono ridurre o migliorare una risposta secondaria”.

Ecco perché è importante valutare l’epidemia da Covid19 non soltanto da un punto di vista virologico come salto di specie, o per quello che è il suo andamento epidemiologico, ma anche come insufficiente risposta immunitaria quantitativa, nei confronti di un nuovo virus, e alterata risposta qualitativa, per l’azione diretta sulle vie respiratorie dei fattori inquinanti l’aria.

Oggi sappiamo che la memoria infiammatoria dei tessuti agisce attraverso la “cooperatività” di cinque componenti misurabili. La prima è la specificità, che si riferisce al riconoscimento di uno stimolo iniziale e dal riconoscimento di un unico recettore-ligando. La seconda componente è la quantità, che si riferisce ad un aumento della frequenza delle cellule rispondenti. La terza è la qualità, che descrive la polarizzazione delle cellule dettata da uno a più geni. La quarta componente è la durabilità, che è una misura del periodo di tempo di risposta a una combinazione di fattori cellulari ed epigenetici. E infine l’ultima, rappresentata dalla costante durata della memoria tissutale che riflette una combinazione di fattori tra cui la stabilità della memoria ereditaria all'interno di una cellula, la durata di vita di quella cellula e la capacità di quella cellula di propagare la sua memoria alla progenie all'interno di un tessuto barriera.

 

Certamente è utile “restare a casa”.

Ma indispensabile è avere sana la casa in cui vivere! Ippocrate così asseriva:

“Chiunque desideri indagare correttamente in Medicina dovrebbe procedere così: In primo luogo, considerare le stagioni dell’anno, e quali effetti produce ciascuna di essa (perché non sono tutti uguali e cambiano in funzione dei cambi di stagione). Poi bisogna considerare i venti, caldi e freddi (…). Dobbiamo considerare anche la qualità delle acque (…) che usano gli abitanti e se esse sono paludose e molli o dure. (…) E la Terra, se essa è spoglia o boschiva e ben irrigata (…) se essa risiede in una zona depressa e confinata o alta e fredda. (…) E il modo di vivere degli abitanti, le loro abitudini se essi sono dediti agli eccessi del bere e del mangiare, se sono pigri o dediti al lavoro”.

 

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