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Beppe Lopez intervistato da Stornaiolo - 05

La violenza, figlia della precarietà

Pubblicato in Cronaca Politica il 17/04/2022 da Redazione

Con tutti i guai che già abbiamo sembra inverosimile che, nel 2022, si stia ancora qui a parlare di razzismo e bullismo. A Tortona un ragazzino sikh è stato picchiato per colpa del turbante che portava in testa, a Roma una brava guagliona ha pensato di stare per morire dopo l’ennesimo calcio in faccia…

“Credo tu abbia fatto bene a metterli insieme, razzismo e bullismo. Stavo già per dirti: sì, però, una cosa è il bullismo, altra cosa… Invece, più ci penso, ora, più credo che tu abbia ragione. L’inquietudine, il disorientamento, ma anche le difficoltà economiche ed esistenziali di chi guadagna poco o non guadagna per niente, la solitudine e la disperazione dei non-integrati e degli immigrati senza cittadinanza, senza diritti, senza documenti e senza lavoro – in un’epoca che ha perso valori e riferimenti storici, e che esalta spudoratamente le diseguaglianze – eccitano il basso istinto della separatezza individuale rispetto agli altri e il ricorso alla difesa preventiva, all’attacco, alla violenza, per offendere, per difendersi e per prevenire…”


Ci ammen’ apprim’, ammen’ do vold’…

“Proprio così. Chi mena per primo, mena due volte. Prima che mi faccia tu una sgarbatezza, ti aggredisco io per primo... Tutto ciò che è successo negli ultimi decenni - in emigrazioni/immigrazioni, sradicamenti/integrazioni, spostamenti veloci, precarizzazione del lavoro e dei ruoli in genere, società liquida, disintermediazione politica e sociale, e aggiungiamoci pure un sistema mediatico autoreferenziale e destabilizzante – non poteva non produrre disorientamento e scoppi improvvisi di follia individuale e collettiva. La stessa invasione dell’Ucraina, quelle stragi,      quella devastazione, quegli stupri, quella distruzione sistematica di intere città e di un popolo, in presa diretta poi, visti e rivisti decine di volte in Tv, mentre si cena o si aspetta l’inizio della partita di calcio, non sono in definitiva prodotti e produttori di disorientamento e follia? Una follia divenuta ordinaria, normale, consueta. Se ci aggiungi o ci togli un’aggressione a sfondo razzista a Tortona o un atto di bullismo a Roma, ormai, che differenza fa? A volte sembra di stare in un immenso calderone che ribolle, al centro di un’epidemia di massa. Come se fossimo tutti esposti. È come se il male fosse ineluttabile. Come se ti dicessi: vabbé, un giorno o l’altro può capitare anche a me...”. 


In un certo senso, ci stiamo facendo il callo.

“L’uomo è una macchina di sopravvivenza. Ti sorprendi a sopravvivere anche se ti muore tuo figlio. Qual è stato il nostro rapporto con il pericolo Coronavirus, quando era dilagante e potenzialmente mortale? Qual è ormai il nostro rapporto con il mostro-tumore? Sono tali e tanti le persone coinvolte, vicine a noi, parenti o amici, che in fondo non escludi che un giorno, improvvisamente, possa capitare a te… Insomma, l’uomo è abituato a convivere con il pericolo, persino con la morte, con la propria fine”. 


Ed è tutto questo a determinare episodi, piccoli e grandi, di bullismo o di razzismo?

“In questa unica, enorme bolla infetta in cui sembra vivere l’umanità c’è chi ha la fortuna di ritrovarsi in un angolo rimasto al riparo dalle manifestazioni più violente della precarizzazione e dal disorientamento di massa, e c’è chi ha la sfortuna di ritrovarsi quotidianamente a tu per tu con quelle manifestazioni; c’è chi ha accumulato nella testa, nel cuore e anche un po’ nel conto in banca le risorse per difendersi dalla tentazione di dare il proprio contributo alla follia collettiva, e c’è chi invece soggiace agli istinti peggiori. Poi, chiamiamolo come ci viene quello che fanno – bullismo, razzismo, intolleranza, fanatismo… - poiché, alla fine, in effetti, vale ciò che prevale”. 


Ma come se ne esce?

“Una volta, ad attenuare rabbie (anche motivate) e disturbi (anche indotti da oggettive situazioni socio-economiche), contribuivano un assetto sociale più solidale, un sistema di valori e di narrazioni virtuose dal punto di vista della socialità e della solidarietà, rapporti sociali basati sull’autoritarismo e sull’obbedienza, i comitati cittadini, provinciali, regionali e nazionali di partiti e sindacati, le cooperative, le associazioni, il monopolio pubblico televisivo, un sistema informativo soporifero, gli oratorii, la stessa ferma di leva obbligatoria…”.


Insisto: come se ne esce ora, ai tempi della globalizzazione e della Rete?

“Facendo ciascuno di noi la nostra parte e pretendendo che ciascuno dei nostri interlocutori e compagni di strada facciano la propria. C’è un fenomeno di deresponsabilizzazione individuale molto diffuso rispetto agli esiti del sistema. E invece, ciascuno di noi può fare molto”. 


Da dove cominceresti?

“Dal sistema politico-mediatico, diventato ormai una marmellata senza soluzione di continuità. Il calo inquietante degli elettori e il calo vertiginoso dei lettori svelano da soli la consolidata, profonda separatezza dei politici e dei giornalisti dal loro ruolo e dai loro doveri. Basterebbe che in questi due settori si recuperasse la capacità di fare buone leggi e buoni giornali, Tg e siti internet per avere un’Italia meno disorientata, meno disperata e meno violenta”.



BEPPE LOPEZ, classe 1947, è nato a Bari, nel quartiere Libertà. Da giornalista, direttore di giornali e di agenzia e saggista, si è occupato per oltre mezzo secolo di politica interna, di giornali locali e di analisi e critica dell’informazione. Ha collaborato con le più importanti testate nazionali. Ha partecipato come cronista politico alla fondazione del quotidiano la Repubblica. Ha fondato e diretto quotidiani e riviste. Ha diretto la Quotidiani Associati. Ha pubblicato racconti storici e saggi sul giornalismo, ottenendo uno straordinario successo editoriale in particolare con La casta dei giornali (Stampa Alternativa 2007). Di notevole rilievo per la cultura e la musica popolare italiana la sua biografia di Matteo Salvatore, L’ultimo cantastorie (Aliberti 2018).

Ha esordito come narratore con Capatosta (Mondadori 2000), divenuto subito un importante caso letterario, proseguendo con Mascherata reale (Besa 2004), La scordanza (Marsilio 2008) e La Bestia! (Manni 2015). 

Sono appena arrivati in libreria il suo ultimo romanzo, Capibranco e la trilogia Quartiere Libertà, contenente i suoi tre romanzi ambientati in questo quartiere popolare di Bari (Capatosta, La scordanza e Capibranco), che raccontano, con un vivace “idioletto” conformato su italiano e materiale dialettale barese, un secolo di vita nazionale e un quartiere simbolico dell’intera umanità.



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