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Tristezza

Una riflessione sul film 'Inside Out' firmata da Lucia de Marco e rappresentata anche da un suo disegno.

Pubblicato in Visti da voi il 29/09/2015 da Lucia de Marco
Lucia de Marco
Un caffè in solitudine, l’attimo di smarrimento quando interrompi volontariamente un’attività meccanica e quotidiana, una vecchia fotografia sgualcita all’angolo, l’orchidea appassita sul tavolo del soggiorno, quell’augurio di compleanno che non arriva e non arriverà, l’evidente disagio per un attimo in più passato a pensare, perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio ¹; l’altra parte del letto già vuota, il macigno sul cuore che tira in basso il sorriso, quell’insolito dolore che è meglio ignorare.
Sono tutti momenti di trascurabile infelicità ².
Trascurabili perché la tristezza è antisociale. Ci mette a disagio, la tristezza. Quando la si incontra per sbaglio attiviamo meccanismi mentali per renderla invisibile, per circoscriverla nel piccolo cuore di tenebra dalla quale è meglio che non esca.
La tristezza non la si condivide sui social, per lo meno non quella che ci riguarda da vicino. Le grandi catastrofi, epiche e lontane sono apposto. Ci mettono l’anima in pace.
Le bacheche dei nostri social sono un lungo succedersi di volti sorridenti, al massimo grado della propria felicità; persone che corrono veloci come frecce orientate verso i propri gioiosi obiettivi.
Tutto va come dovrebbe.
E’ quando lo smartphone si spegne, che eccola che arriva, la tristezza. Col suo carico di autenticità e di intima grazia. Forse è solo in quel momento che, con amarezza certo, non lo nego, proviamo a conoscere e a riconoscere noi stessi.
Me lo ha ricordato (come sono buffe a volte le circostanze) un cartone animato, ancora nelle sale dei cinema, Inside Out, l’ultimo geniale capolavoro della Pixar.
Non starò qui a recensire il film, ne circolano tante di recensioni, ma quella bimbetta blu come lo spirito, occhialuta e goffa, fastidiosa zavorra all’inizio e miracolosa guaritrice alla fine, vorrei ricordarla. Invito tutti a vedere il film poi a scaricare l’immagine di tristezza, stamparla e tenersela sul comodino o sulla scrivania, per non sentirsi in colpa quando ogni tanto, col suo tocco, sembra rovinarci la giornata. A non sentirci in colpa se non si è sempre e necessariamente felici, perché è solo la tristezza che può ricordarci dei nostri limiti.
La ricerca della felicità è una strada insidiosa, e quanto è più difficile tanto maggiore sarà la gioia alla fine del percorso. La gioia non è un imperativo sociale, la gioia è un salto ad ostacoli al di qua dei nostri limiti, e al di là dei nostri sogni.



¹ Szymborska, W., C’è Chi, in Basta Così (2012), Adelphi, Milano.
² Piccolo F., Momenti di trascurabile infelicità (2015), Einaudi, Torino

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