Venerdì, 19 Luglio 2019 - Ore
Direttora: ANNAMARIA FERRETTI
Facciamo Notizie

‘Amy - the girl behind the name’

La donna e l’artista nel documentario di Asif Kapadia, raccontato dalla nostra lettrice Ina Macina per ricordarla nel quarto anniversario della sua morte.

Pubblicato in Visti da voi il 28/07/2015 da Ina Macina
Ina Macina
Nell’oscurità della sala cinematografica, irrompe sullo schermo un vivace gruppo di ragazzine inglesi che festeggiano un compleanno. Si punzecchiano, scherzano con un lecca-lecca, ridono. Poi iniziano a intonare ‘Happy birthday’, una di loro attacca in leggero ritardo, ammutolendo immediatamente tutte le altre. Nell’appartamento del sobborgo londinese, circondata dalle amiche di una vita, si riconosce la ragazza destinata a un successo fuori scala e di cui in questi giorni si piange il quarto anniversario di una morte prematura: Amy Winehouse.
Così inizia ‘Amy - La ragazza dietro il nome’ di Asif Kapadia, presentato fuori concorso nell’ultima edizione del Festival di Cannes, che a cinque anni da ‘Senna’ riunisce la stessa equipe (riconfermando il sodalizio anche col compositore Antonio Pinto) per il racconto della vita della cantante inglese.
Prima del finale già tragicamente noto e procedendo dal titolo che è un manifesto, il regista riesce ad accattivare per due ore l’attenzione sulla vicenda somministrando con cautela il climax drammatico, col risultato di aggiungere un senso di sofferente umanità a tutto quello che si può sapere o immaginare sulla Winehouse.
Dopo le immagini avvilenti dell’ultimo periodo della cantante, è un piacere essere introdotti al film vedendola splendente, in ottima forma, determinata. Una ragazza che rispondeva con la ribellione della gioventù e con la musica ai dispiaceri dell’infanzia fissati intorno a una madre incapace di guidare un’indole indomita o di leggere le richieste di aiuto della figlia e a un padre sempre assente (salvo poi diventare il suo ingombrante manager nel momento della gloria).
Amy cresce – vitalissima – costruendosi il suo ‘centro di gravità’ attorno alle amiche, alla nonna, e alla musica che ascolta e studia avidamente. Tutto questo la converte da subito in una ‘pura cantante jazz’ come viene ripetutamente definita nel film, riconosciuta dai colleghi e dagli addetti ai lavori come un’artista completa e capace tecnicamente, ‘un’anima vecchia in un corpo giovane’, si dirà.
Kapadia la segue nel suo trasferimento a Camden, dove si sente libera di vivere la sua vita e dove inizia a sperimentare sempre più la composizione dei testi come riscatto dai propri dolori. Aspetto abbondantemente sottolineato nel film, che riconosce ad Amy il ruolo di compositrice e autrice dei testi. Le parole delle canzoni, riportate minuziosamente sullo schermo, si prestano a spiegare la sua vita, e la vita serve a spiegare la sua musica: questo è il procedimento scelto dal regista che non sfocia mai in una estetizzante tendenza alla corrispondenza. La sofferenza trasuda dallo schermo immediatamente catturata e sublimata dalla musica, così che lo spettatore partecipa umanamente alla vicenda di Amy, mentre si lascia rapire dalla portata artistica della cantante.
Riuscitissima è la scelta di raccordare le registrazioni informali dei demo, delle prove e dei live alle versioni ufficiali delle canzoni, garantendo una sorta di passaggio immediato ma senza straniamento tra due dimensioni diverse eppure strettamente legate, dalla sfera più intima a quella pubblica.
Va sottolineato che nel caso di Kapadia lo sforzo registico risiede massimamente nell’organizzare materiale video già esistente. Orchestrando tutte le testimonianze a disposizione (video pubblici e privati, messaggeria vocale, foto), Kapadia piega i vari pezzi in un’unità narrativa originalmente concepita e con un intento riconoscibile. Le uniche riprese ex novo riguardano delle bellissime panoramiche sulle città, protagoniste anch’esse, in qualche modo, e che nell’economia della narrazione fungono da stacco.
Ciò che segna un prima e un dopo nella vita di Amy è l’incontro con Blake Fielder-Civil. Prima di diventare, anni dopo, suo marito, il ragazzo ed Amy si conoscono e iniziano una relazione clandestina che Blake chiuderà frettolosamente per restare con la sua compagna. Amy, già provata per la morte della nonna cui era legatissima, impazzisce per la prima, decisiva volta, facendo convergere però tutto lo sconvolgimento nella musica. Da questo momento la cantante inizia a perdere la sua vitalità come se stesse seppellendo parte del suo cuore, proprio come – funesto presagio – si vede nel video di ‘Back to black’. Vestita con una magliettina rossa e degli short di jeans, semplice, registra la demo del pezzo; scherza con il produttore Mark Ronson, temendo nella chiusa troppo seria. Lui, invece, è sconvolto dalla bellezza della canzone, da Amy scritta e composta ‘in due o tre ore’.
Video inediti della breve parentesi matrimoniale lasciano pochi dubbi; la cantante aveva inaugurato un tristissimo menage familiare fatto di droghe di ogni genere, cui l’amato Blake l’aveva introdotta. Una tempestiva riabilitazione sarebbe stata salvifica se non avesse trovato l’opposizione, sorprendentemente, di Blake (lo specialista che l’aveva in cura subito individuò il parassitismo del marito di Amy) e di suo padre. La cantante, come spesso le si sente dichiarare, sarebbe stata disposta a morire per amore e avrebbe rincorso la figura paterna per tutta la vita; del suo groviglio emotivo (da manuale per i professionisti della psiche) aveva una sensibile consapevolezza (infatti canta ‘I can't help but demonstrate my Freudian fate, my destructive side has grown a mile wide and I question myself again, what is it about men?’) eppure sembra aver prevalso un senso di rassegnazione alimentato anche altre altri fattori.
Il documentario, infatti, mostra con molta chiarezza quale altro ingrediente degenerante si sia aggiunto al già esplosivo cocktail. La pressione dello show business, che ha trasformato la donna e l’artista in una macchina da soldi, concorre in maniera decisiva al declino dell’artista all’indomani della consacrazione a livello mondiale. La già traballante emotività di Amy cede definitivamente sotto la pressione degli impegni promozionali e dell’attenzione mediatica. Con una pregevole cura al dettaglio, Kapadia rende questa pressione con un effetto sonoro sorprendente e quasi impercettibile, accostando il suono dei flash dei fotografi al sìbilo di proiettili. ‘La cantante jazz pura’ che sognava non il successo (‘Per me il successo è la libertà di lavorare con chi voglio’) ma di esibirsi davanti a un pubblico ristretto ed elitario crolla e la Winehouse inizia a scomparire. È tristemente nota la sua ultima esibizione live a Belgrado, dove si presenta sul palco fuori di sé. Il video è su Youtube, di pubblico dominio; il regista include questa esibisizione, ma con tocco delicato la riduce a pochi momenti e, in particolare, ne sceglie uno con una precisa intenzione, quella di cogliere una Amy che per un attimo sfoggia dei terribili occhi di sfida, quasi a dire: ‘volete che io canti a tutti costi? E io non canto’. È solo un momento ma lo spettatore attento saprà certo coglierlo.
Risulta difficile capire le critiche negative mosse al film da Tom Barnes su Music.Mic, articolo a cui anche Bjork ha dato credito pubblicandolo sul suo profilo Facebook. Se l’articolo muove delle ragionevolissime accuse al maschilismo dello showbiz, non si capisce però la stroncatura del film, nei termini di una lettura di genere. Al contrario: il grande merito di ‘Amy’, infatti, è aver riabilitato la memoria della donna e di una grande artista. Nell’era dell’esposizione immediata, dove il pubblico può accedere senza filtri a ogni tipo di testimonianza tramite web, come nel caso del succitato concerto a Belgrado, Kapadia ha cucito un memoriale onesto e commovente che ha cercato non di esporre ma di raccontare i percorsi incrociati della vita e dell’arte; e tramite questo racconto arriva la comprensione, la compassione ma anche il riconoscimento.
Ci si indegna di come tutto ciò che ruotava intorno ad Amy l’abbia vampirizzata e poi isolata, mentre la ragazza dagli occhi luminosi, ironica e creativa, si disintegrava; si rimane allibiti soprattutto per come l’abbiano privata della gioia di fare ciò che più amava fare.
Un sussulto scorre per le fila della sala del cinema quando sullo schermo si vede uscire da un appartamento di Camden un lungo e sottile sacco rosso contenente i resti di una ragazza che sembrava addormentata, la tv accesa con le sue esibizioni. Ma non sarà questa la scena finale. L’omaggio all’artista si chiude con una bella galleria di immagini della donna sorridente che era stata molto tempo prima, mentre in sottofondo la sua voce straordinaria a noi giunge, al sicuro, sotto forma di arte.

loading...