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Del mare e del cielo secondo Pascali e Ghirri

Occasione irripetibile

Pubblicato in Visti da voi il 24/10/2014 da Lia De Venere
Un’occasione indubbiamente preziosa, anche perché irripetibile, quella offerta dalla mostra Il mare e il cielo: Pino Pascali e Luigi Ghirri, curata da Rosalba Branà e Anna D’Elia e allestita al Museo Pino Pascali di Polignano a Mare (sino al 25 gennaio 2015). Prima di tutto, perché “32 mq di mare circa” (di proprietà della Galleria Nazionale d’arte moderna di Roma), forse l’opera più nota dell’artista di origini pugliesi, scomparso a soli trentatré anni nel 1968, viene molto raramente esposta al pubblico anche a causa della natura particolare dei materiali di cui è costituita – trenta vaschette di lamiera di ferro colme d’acqua colorata con l’anilina. Ma anche perché la grande installazione che Pascali realizzò nel 1967, dando l’avvio al ciclo degli elementi primari e che nella concisione formale racchiude un alto tasso di densità poetica, è posta in dialogo con “Infinito”, la serie di 365 foto del cielo scattate nel corso del 1974 dal fotografo emiliano Luigi Ghirri (1943-1992). Affascinanti anche se molto diverse le modalità con cui due riconosciuti protagonisti della scena artistica italiana del secondo Novecento hanno interpretato due elementi del paesaggio, rifuggendo da qualsiasi stereotipo rappresentativo. Pascali condensò nella geometria volutamente approssimativa della sua installazione (in realtà i mq sono 36 e le vaschette sono disposte in due blocchi di dimensioni diverse) e nella ristretta gamma degli azzurri dell’acqua, l’immensità delle distese marine. Nelle foto di Ghirri, assemblate in un unico grande pannello (oggi al CSAC di Parma) non in ordine cronologico ma in base ad affinità formali, nuvole di ogni forma e colore si alternano a distese uniformi che vanno dai diversi toni di azzurro al verde, dal rosa all’ocra e al grigio, nell’intento di dare del cielo un’immagine molteplice e a suggerire al contempo l’impossibilità di renderne la mirabile e incessante variabilità.
A pochi metri dalle rive dell’Adriatico, quelle acque che Cesare Brandi nel 1967 definì “opache e dormienti o poste a riflesso di un cielo assente”, finalmente oggi hanno trovato non un solo cielo, ma tanti cieli da rispecchiare. E a chi guarda quel paesaggio “ricostruito” nella grande sala del museo molto probabilmente riesce difficile sfuggire alla potente suggestione che esso esercita e sottrarsi all’invito a riflettere sulla capacità dell’arte di farci guardare il mondo in modo diverso, di infiltrare nella banalità del quotidiano il sentimento dell’assoluto.