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Un ragazzo d'oro

Da vedere, assolutamente

Pubblicato in Visti da voi il 21/09/2014 da Marco Guida
Nel suo ultimo film Pupi Avati sceglie un tema delicatissimo, il rapporto padre/figlio.
Il regista gioca in casa: è la storia di uno sceneggiatore di successo degli anni settanta/ottanta, ma dei cd B-movie, la commedia leggera all’italiana, i filmetti di “bocca buona” con la premiata schiera di attori quali Alvaro Vitali, Renzo Montagnani, Edvige Fenech, e tanti altri.
Quella commedia italiana rivalutata successivamente da Quentin Tarantino che nel film viene infatti più volte menzionato, come fosse una medaglia, dal produttore che vi ha costruito la sua fortuna.
Lo sceneggiatore, però, è amato dal pubblico ma ignorato dalla critica ed il suo grande sogno è quello di scrivere un capolavoro, di avere un riconoscimento per il suo talento che, invece, nessuno gli riconosce.
Ed allora si chiude nel suo studio, non consente a nessuno di entrare, tanto meno al figlio prima tanto amato e poi deliberatamente ignorato, travolto dall’insuccesso della sua vita.
Ed il figlio allontanato fugge con il peso della mancata comprensione, della sua colpa, in un vortice di insicurezze sempre più forte.
La morte del padre sconvolge le carte: lo studio si apre ed in quella stanza – in cui è racchiusa tutta la vita del genitore - il ragazzo, oramai un uomo sempre più fragile, tenta di recuperare quel rapporto, di conoscere quell’uomo che un giorno, quando era piccolo, gli aveva detto “noi due insieme siamo invincibili”, ma poi insieme non erano più stati. E lui non si era mai più sentito invincibile.
Il cammino è lungo e faticoso ed il ragazzo, oramai uomo sempre più confuso, compirà il più grande atto di amore della sua vita nei confronti del padre pur di ritornare ad essere insieme, ad essere invincibili.
Non è facile affrontare i temi della paternità visti con gli occhi del figlio: tutti gli errori, tutte le scelte di un padre, volontarie o involontarie, consapevoli o meno, hanno un riflesso sulla vita del figlio, di tuo figlio.
Da giurista oserei dire che la paternità è un’attività intrinsecamente pericolosa in cui vige il principio di responsabilità tutto a carico del padre, con qualche remotissima possibilità di una prova contraria a discarico.
Ho pensato a mio padre, con lo sguardo da figlio e l’ho ricordato giovane, forte, quando mi teneva per mano durante le nostre passeggiate: ricordo una volta che mi lasciò un attimo, per soccorrere un’anziana signora che stava scendendo le scale di un ponte. Mi aveva lasciato la mano, ma io la sentivo ancora saldamente nella sua presa. E la sento ancora oggi, quasi sempre, e quando sento allentarsi quella presa è quello il momento in cui commetto i miei peggiori sbagli.
Oggi, però, sono padre ed il film di Avati ti pone davanti allo specchio delle tue responsabilità, del peso che le tue scelte possono avere nella vita dei tuoi figli.
E non è facile mettersi innanzi a questo specchio, pensare alle insicurezze dei tuoi ragazzi, a volte vissute come personali fallimenti, all’inesauribile voglia di vederli felici ed al rischio di renderli cittadini di un mondo che non senti più tuo, che non sei riuscito a cambiare.
Avati, come sempre, dirige al meglio i suoi interpreti. Scamarcio è bravissimo, lontanissimo dagli schemi del belloccio di provincia, affrontando con maturità un ruolo molto complesso e dalle infinite sfaccettature.
Giovanna Ralli è la madre, donna meridionale dolente e silente, che preferisce i silenzi del marito, le sue bugie piuttosto che sapere la verità sulla vita del suo compagna di una vita, mai lasciato, mai abbandonato anche dopo la morte, sempre in difesa della sua memoria e del suo talento.
Sharon Stone è l’altra donna. Riempie lo schermo con la sua classe, la sua semplicità, il suo fascino qui tenuto deliberatamente a freno. Solo qualche problema nel doppiaggio.
Cristina Capotondi, invece, non sembra riuscire ad affrancarsi dai personaggi giovanilistici dei suoi esordi, non risultando pienamente convincente in quello della ragazza trentenne satura di indecisioni.
Da vedere assolutamente.

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