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Letteratura nel Sessantotto, una riflessione sul periodo che cambiò l'Italia

Il pensiero di Massimo Dilevrano

Pubblicato in Visti da voi il 01/12/2018 da Massimo Dilevrano

Sono trascorsi 50 anni dal 1968, l’anno passato alla storia come un momento di transizione importante nell’Italia post-bellica, un’occasione di rinnovamento del linguaggio politico e aggregativo, nelle sue molteplici forme, che in poco tempo registrò un cambiamento radicale, nelle file di quel vasto movimento di giovani universitari. Un susseguirsi di eventi, che portarono poi alla crisi del Pci e del centro-sinistra, sino alla “strategia della tensione”. E oggi, dopo cinquanta anni, ci si interroga sull’influenza che questo forte movimento politico e sociale, ebbe nel panorama letterario di quegli anni. Chi tra i letterati e i poeti di quegli anni diede voce ai moti e ai pensieri del ‘68? In realtà la produzione letteraria, alla fine degli anni sessanta, non ebbe una correlazione esplicita con il movimento del Sessantotto, ad eccezione di alcune opere che solitamente si tende declinare verso quell’esperienza, come nel caso del Mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante, pubblicato proprio nel 1968. Un testo complesso in cui coesistono diversi elementi letterari, elaborati seguendo una parabola intimistica e profondamente impegnata dell’autrice, nei quali si distingue, per la sua concordanza con le istanze e con i protagonisti del Sessantotto, La canzone degli F.P. e degli I.M., secondo alcuni foriera di quella rottura col passato risolta poi nella ribellione giovanile sessantottesca. Il pensiero della Morante si interseca con la lezione pedagogica del tardo Pasolini, il quale rivolge a più riprese una critica al mondo piccolo-borghese, soprattutto giovanile e in particolare studentesco, che trova il suo apice nella celebre poesia Il PCI ai giovani, pubblicata sull’ “Espresso” nel '68. Un pensiero che filtrato da Sciascia si trasforma in una critica al potere e alla classe dirigente del Pci. Tra le grandi istituzioni letterarie del secondo Novecento la tendenza ad autoescludersi dalla storia si manifesta mediante una critica della realtà, spesso ricorrendo ad un flusso di coscienza orientato alle sollecitazioni derivate dalla classicità, come nel caso di Montale che riflette sul valore della storia, demistificandola. Egli infatti mette in discussione le sue proposizioni pedagogiche, ponendo sotto la pressione dell’ironia il materialismo storico, la concezione laica e progressista. Nella poesia Fanfara, pubblicata nel ’71 nella raccolta poetica Satura, troviamo forse l’unica vera allusione all’esperienza del ’68, da parte di un poeta; un susseguirsi di parole aggrovigliate nelle formule proprie del linguaggio adoperato durante la contestazione, volte a darne una rappresentazione paradossale. Nello stesso anno di Satura, Luzi pubblica Su fondamenti invisibili, una raccolta di poesie in cui all’introspezione del poeta, manifestatasi sino ad allora con un linguaggio ermetico, si fa spazio un’urgenza di misurarsi col mondo esterno, a partire da un percorso filosoficoreligioso col quale sembra ripercorrere i grandi drammi del Novecento. Il confronto con la storia in questo caso però si fa più consisteste rispetto a Montale, che assume una posizione più distaccata. Ma del Sessantotto nessuna traccia, neppure quando Luzi prende di mira quegli intellettuali che confidano in una “rivoluzione” di tipo bolscevica oppure olivettiana.

Le posizioni ideologiche del Sessantotto prevalsero sull’autorevolezza della letteratura, sino alla negazione di questa, declassandola a prodotto borghese, sotto l’effetto della contestazione. Emerse però, in questo rapporto contrastivo, un atteggiamento problematico con la poesia, che fu riabilitata da quella generazione nata intorno alla fine degli anni ’40, come mezzo espressivo dell’esasperazione individuale e narcisistica dell’individuo nella nuova società di massa, ma allo stesso tempo non produsse nessuna direzione programmatica né ideologica, né politica, né tantomeno poetica. E’ assordante il silenzio della generazione nata nei primi due decenni del Novecento. Nel panorama letterario italiano, infatti, la rappresentazione narrativa di scrittori come Gadda, Moravia, Calvino, sul crinale degli anni sessanta sembra isolarsi dal contesto politico e sociale, in una creazione letteraria autentica e artificiosa, distante da quella contestazione giovanile; quasi offesa dall’esercizio di un linguaggio prosaico e dal predominio di altre forme culturali. Giunti a questo punto, bisognerebbe chiedersi cosa rimane di quell’esperienza, per rendersi conto del peso che ha avuto l’assenza di un’attività letteraria di spessore nel processo di formazione di quella giovane collettività in fermento. Non si trattava, infatti, di pensare alla letteratura come un elemento dottrinale, ma come uno strumento di formazione che suggerisse e ispirasse le coscienze. 



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