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'Should I stay or should I go?'

Le nostre “tartarughe” difficilmente tornano indietro e insieme ai loro gusci portano via competenze e maestrie

Pubblicato in Sviluppo il 18/02/2014 da Lilli Totaro
Riflettendo sull’editoriale che qualche giorno fa ha pubblicato la nostra Direttora Annamaria Ferretti, mi viene in mente questa nota canzone degli anni ’80 che ben si presta a rappresentare la situazione attuale.
A porsi questa fatidica domanda, oramai non sono solo gli studenti, i giovani laureati, i ricercatori e gli accademici, ma anche gli stessi imprenditori, perché ultimamente a fuggire non sono unicamente i cervelli, ma ahimè, intere aziende.
Chi si affaccia al mondo del lavoro sogna più opportunità di crescita, stipendi più alti e soprattutto un sistema in cui il merito vale più delle raccomandazioni; chi invece un lavoro ce l’ha già insegue sgravi fiscali, una maggiore flessibilità o semplicemente dei governi che favoriscano la crescita delle imprese piuttosto che ostacolarla.
Come dargli torto?
Eppure così non dovrebbe essere. Fare esperienze lavorative o formative all’estero, soprattutto per i più giovani, è un sacrosanto diritto e un imprescindibile dovere, ma quando quella che dovrebbe essere vissuta come un’opportunità, viene in realtà vista come una scappatoia obbligata, c’è qualcosa che non va.
Quando quella che dovrebbe essere una parentesi diviene una scelta definitiva e irrevocabile, c’è una stortura nel sistema.
In Cina il termine “hai gui”, ovvero tartarughe di mare, sta ad indicare gli studenti che si formano all’estero, ma poi tornano sui lidi natii per occupare le posizioni migliori e far crescere il proprio Paese d’origine.
Le nostre “tartarughe” difficilmente tornano indietro e insieme ai loro gusci portano via competenze e maestrie.
Piuttosto che costringere all’esilio forzato i nostri ragazzi e le nostre imprese, dovremmo cercare il modo per tenerceli ben stretti e al contrario favorire un’immigrazione qualificata che rilanci la crescita e lo sviluppo.
Al momento, però, siamo ben lontani da questo auspicio perché come affermava tempo fa un sarcastico Oscar Giannino, mentre all’estero accolgono di buon grado i nostri cervelli in fuga, l’unica capacità richiesta ai nostri immigrati…è che sappiano nuotare.


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