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Il paese delle veline

Una riflessione di Margherita De Napoli

Pubblicato in Pensieri Spettinati il 17/11/2015 da Margherita De Napoli

Anna, Francesca, Claudia sono le adolescenti che potremmo incontrare in rete mentre “giocano” con la webcam riprendendosi in pose osé. Se le interroghi rispondono che si divertono e riescono a raggranellare euro per ricariche telefoniche o per acquistare borse e abiti griffati.

Una dodicenne non esponeva il suo corpo in rete, inviava immagini (mms) con il  video-telefonino ai compagni di classe o agli amici: più si spogliava più la tariffa saliva, l’hanno sorpresa nel bagno della scuola. E’ l’inquietante fenomeno della mercificazione del corpo che si allarga a macchia d’olio fino ad arrivare alle medie.

L’immagine del corpo nudo è in tv, sui calendari, occhieggia dai manifesti o nel web, la ragazzina della porta accanto potrebbe chiedersi perché anche lei non può soddisfare la sua vanità esibendosi senza veli.

Veline, modelle, attrici sono ammirate e invidiate, cosa c’è di scandaloso se loro le imitano?

A queste domande noi cosa risponderemmo?

Il Financial Times apostrofò l'Italia come “Il paese delle veline”. Hanno ancora senso parole come pudore, riservatezza, dignità, rispetto di sé o sono valori del tutto svuotati di significato per le nuove generazioni?

Siamo giunti a considerare il corpo come un pezzo di stoffa, un vestito da esibire.

Quando l’identità è costruita sull’apparenza è in pericolo, è instabile.

Secondo Alexander Lowen: "Troppa enfasi sulla funzione dell’immagine ci rende ciechi alla realtà della vita del corpo e delle sensazioni. E’ il corpo che si strugge d’amore, raggela di paura, trema di collera, e si protende verso il calore ed il contatto. Separate dal corpo queste parole sono solo immagini poetiche. L’esperienza del corpo conferisce loro una realtà che dà significato alla vita".

Secondo questo autore se avviene un allontanamento dalle ‘viscere’ del sentire, una perdita di contatto dalle sensazioni e dai sentimenti, si genera un senso d’irrealtà e la persona si sente “nessuno”.

Il ‘ventre’, lo hara, secondo il pensiero giapponese, è il centro di gravità che consente all’uomo di sentirsi appartenente alla terra, centrato nel suo corpo e nei suoi bisogni.

Non deve stupire quindi che oggi ci sia il bisogno di “sentirsi vivi”: è inevitabile il senso di vuoto se ci si sconnette dai sensi. Scollandosi dalla propria carne si perde la sensazione di essere “radicati” in se stessi e si prova quasi un perturbante osservarsi vivere dal di fuori.

Forse per questo quelle adolescenti devono esser viste per sentirsi esistere, si sentono evanescenti senza un radicamento nel proprio corpo ormai banalizzato come merce di consumo.

La nostra società ci dice che noi “valiamo” se abbiamo il look giusto…quanta distanza dal proverbio “l’abito non fa il monaco”! L’industria della moda è un business che si alimenta delle nostre insicurezze, ci fornisce le stampelle per puntellare la nostra identità ma questa rimarrà sempre traballante e a rischio di crisi se non si radica nell’interiorità, la sua “terra”.

Ma non c’è solo la dittatura dell’immagine a sottrarre spessore al nostro esserci, anche la realtà virtuale ci porta quasi a desiderare di spogliarci del corpo per inseguire l’illusione di poter essere senza limiti, senza peso.

Però se ci disincarniamo perdiamo il contatto con il mondo, la possibilità di toccarlo e aderire “carnalmente” ad esso smarrendo la sensazione di esserne a nostra volta toccati, coinvolti, emozionati.

La dimensione virtuale è affascinante, risponde ad un bisogno di trascendenza e di ubiquità, corteggia il nostro profondo desiderio di essere-ovunque-e-in-nessun-luogo.

La mente, sciolte le sue radici spazio-temporali, potrà viaggiare leggera nel web.

Navigando-traslocando in siti virtuali corriamo il pericolo di dimenticare il nostro sito originario, il corpo, e dietro l’angolo c’è la perdita del senso di concretezza e insieme dell’esperienza della presenza.

Il sogno di James Hillman è quello di un risveglio dei sensi, bisognerebbe restituire agli esseri umani il piacere estetico, quello che può darci  "il mondo degli odori, del linguaggio, dei colori, delle arti, della natura, della musica, del cibo…".

Dal Giappone giunge l’allarme per un fenomeno che colpisce i teenager: Hikikomori  "ritiro" è il nome di questo disordine del comportamento che porta un milione di giovanissimi a rinchiudersi nelle quattro mura domestiche con playstation, tv, computer, smartphone. 

Una forma di eremitaggio post-moderno, una specie di ‘arresti domiciliari’ autoimposti.

Paura della realtà? Una forma di resistenza alla pressione omologante che avvertono all’esterno?

Forse tradire il mondo per restare fedeli a se stessi.

L’unica fuga è il virtuale, una seconda patria fatta di bit dove abitare senza subire i “diktat” estetici che mirano a conformare anima e corpo. Chiudersi in gabbia per restare liberi?

Davanti ad uno schermo, unico specchio in cui guardarsi, non più un volto umano, ma solo fredda tecnologia, unico interlocutore per un ‘dialogo’ fatto di silenzi.

 

 

Un film completo in italiano: Cyberbully - Pettegolezzi On Line


https://m.youtube.com/watch?v=ofpSxf75gMU



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