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Il treno dei ricordi

Il ritratto di un padre nello scritto di Daniela Baldassarra

Pubblicato in Narrativa il 14/02/2016 da Redazione

(…)

Quella storia che avevo ascoltato per caso, assieme al rumore del treno, rubata all’esistenza di una donna che non aveva mai fatto parte della mia vita, mi ricordava qualcosa di così familiare, di così intimo…odori di casa, marciapiedi di casa, roba stesa ad asciugare…

 

…Quella storia mi faceva pensare a mio padre…

 

Come diavolo ci ero arrivata?

Che c’entrava quella donna con mio padre?

Sorridevo pensando alla stranezza della mente che, inspiegabilmente, ci porta dove vuole, senza seguire percorsi logici, senza avvisare, senza chiedere il permesso.

E se io non avessi voluto pensare a mio padre?

Lui doveva avere la stessa età di quella donna, doveva aver vissuto le stesse atmosfere, gli stessi vicoli… Chissà se anche tu, papà, te ne andavi strofinando i piedi sotto le finestre delle donzelle. Non riuscivo a immaginarti corteggiare qualche fanciulla a diciotto anni, certo qualche volta devi avermi raccontato qualcosa, ma io non ci ho mai fatto attenzione…pensavo che quelle informazioni non mi sarebbero mai servite…E invece ora mi ritrovo con un puzzle completo solo al centro…mi mancano i pezzetti laterali, cioè quello che tu sei stato senza di me…

Mi manchi tu, papà.

Mi mancano le cose che forse mi hai raccontato e che non ho ascoltato, mi mancano le cose che non mi hai raccontato, e queste mi mancano di più, perché sono le cose che avrei voluto sapere. Nel tuo esserci, per me sei sempre stato un enigma, un’immagine un po’ sfuocata.

(…)

L’unico giorno in cui ho conosciuto qualcosa del tuo io più intimo è stato il giorno della morte della tua mamma, di quella nonna che per me è sempre stata un’immagine vagamente connessa a te, per niente a me. Io quel giorno non potevo soffrire, perché la vita non mi ha dato la possibilità di amarla quella nonna, allora ebbi tutto il tempo di osservare il tuo di dolore, che mi investì come una marea, potente, indomabile. Guardavo le tue rughe bagnate di lacrime e ti sentivo come uno sconosciuto, uno sconosciuto che però amavo e che avrei voluto salvare da quel tormento. Non pensavo amassi così tanto la tua mamma, ne parlavi poco, andavi a trovarla raramente, e ho sempre creduto che non ne andassi neanche tanto fiero. E invece quel giorno, l’ultimo che potevi passare con lei, ti preoccupavi che potesse sentire freddo sotto terra, che potesse avere paura al buio…

 

Quel giorno ho capito che le stanze più grandi del tuo cuore le conosci solo tu, che forse le tieni chiuse a chiave perché temi che gli altri ci entrino con le scarpe sporche. O forse i tuoi dolori, anche quelli che ti abbiamo causato noi, li hai sofferti nel silenzio di androni bui, per non coinvolgerci, per non trascinarci al buio con te. Per questo mi manchi ancora di più. Mi mancano gli abbracci che non ci sono mai stati, mi mancano le confidenze, mi mancano i tuoi occhi orgogliosi di me, curiosi, affamati del mio essere così lontana e diversa da te.

 

La signora dell’aranciata mi passò davanti con la sua valigia per avvicinarsi all’uscita del vagone. Non la vidi neanche in volto ma stranamente ebbi l’istinto di salutarla…il ricordo di mio padre l’aveva resa quasi familiare. Il treno sbuffando si fermò e i ricordi di quella donna si allontanavano, dal treno e forse anche dalle menti di coloro che erano stati costretti ad ascoltarla. Cercai di prendere le distanze anche dal volto del mio papà che mi sembrava seduto su ogni sedile di quel treno.

(…)