Venerdì, 18 Ottobre 2019 - Ore
Direttora: ANNAMARIA FERRETTI
Facciamo Notizie

La festa di San Giuseppe di tanti anni fa, a Mesagne (Brindisi), raccontata da zio Cosimo

I ricordi di Carmelo Colelli

Pubblicato in Luoghi il 19/03/2015 da Carmelo Colelli
Carmelo Colelli
Bungiorno zio Cosimo, come stai?
Beh! Non c’è male, ci possiamo accontentare.
Ho quasi novant’anni e ringraziando Iddio posso ancora camminare, incontrare le persone e ragionare con loro.
Zio ti ho portato due zeppole di San Giuseppe, le mangiate a mezzogiorno insieme alla zia Rosa.
Hai fatto bene figlio mio, io mi sono ricordato che oggi è San Giuseppe, prima sul calendario il 19 Marzo era colorato di rosso, adesso non lo è più perché questa festa l’hanno tolta.
Questa festa era proprio bella, una festa di devozione per il santo falegname e poverello.
Zio, raccontami come si festeggiava San Giuseppe qui a Mesagne.
Il racconto ha inizio:
Tanti anni fa, per questa festa, i preparativi iniziavano alcuni giorni prima, vi era l’usanza la sera di San Giuseppe di accendere i falò, “Li fanoi”, per le strade, a mezzogiorno si preparava un pranzo speciale per i poveri, detto: “La Tria di San Giuseppe”.
Per preparare il falò, tutti i ragazzi del quartiere andavano di casa in casa a chiedere fascine e salmenti: tutti ne donavano. Ogni ragazzo si caricava in spalla le fascine e le portava all’incrocio più largo tra due strade.
Per i ragazzi era un gioco, facevano a gara a chi riusciva a trasportare più fascine, vi erano alcuni che per dimostrare la loro forza se ne caricavano sulle spalle anche due o tre, era una festa la preparazione.
Pian piano, all’incrocio, la catasta diventava sempre più alta e più larga, i contadini, la sera, tornando dalla campagna, con i carretti, portavano altre fascine e altri rami secchi di albero di ulivo, resti della potatura degli alberi, la catasta diventava sempre più alta e più grande.
Siccome San Giuseppe è il santo dei poverelli, vi era l’usanza di preparare un pranzo per tredici poveri, tre di loro rappresentavano San Giuseppe, la Madonna e Gesù, gli altri i vari Santi, un pranzo senza carne ma con tredici portate, chiamato da sempre: “La Tria di San Giuseppe”.
Vito, un mio vicino di casa, ogni anno preparava “La Tria”, non era ricco, per lui era un sacrificio, aveva però questa devozione, desiderava aiutare chi non poteva mangiare, almeno il giorno della festa di San Giuseppe.
Tutta la famiglia di Vito collaborava alla preparazione, la settimana prima, gli uomini sgombravano la rimessa, il locale dove tenevano gli attrezzi da lavoro per i campi, che era quello più grande per ospitare tante persone, lo imbiancavano con calce bianca e, all’angolo di fronte al portone d’ingresso, con tavole e tavolini, preparavano l’altarino.
Le donne ricoprivano la struttura con vari copriletti di seta colorata, sopra veniva steso un lenzuolo bianco e ricamato, il più bello che la padrona di casa aveva avuto in dote, al centro, in alto troneggiava il quadro di San Giuseppe.
Per sistemare la lunga tavolata, erano utilizzati dei tavoli, avuti in prestito dai vicini di casa, su cui erano poste le tavole del letto.
Per quel giorno Antonietta, la moglie di Vito, apparecchiava la tavola con le tovaglie più belle, il giorno prima le prendeva dall’ultimo cassetto del comò, le lavava e le stirava.
Tutte le donne del vicinato insieme alle figlie di Antonietta collaboravano ai preparativi, chi lavava piatti e bicchieri, chi riempiva i boccali di vino, chi preparava la verdura per la “sopratavola”, chi cucinava.
Una pagnottella di pane a forma di frisella, preparata il giorno prima, veniva sistemata al posto di ogni commensale.
Il giorno della festa, sotto il quadro di San Giuseppe, tante candele e tanti fiori, portati dai vicini.
Poco prima di mezzogiorno, tutto era pronto per la festa, sulla grande tavolata vi erano tante cose buone, attorno i tredici poveri, al centro San Giuseppe alla sua destra il figlio Gesù e alla sua sinistra Maria.


Vito e Antonietta, in piedi di fronte alla tavola, accanto a loro il prete con i due chierichetti, attorno i vicini di casa, grandi e piccoli.
Dopo che il prete aveva benedetto la tavola e i presenti, Vito ed Antonietta cominciavano a servire il pranzo ai loro ospiti.
Tante cose buone preparate da Antonietta, pietanze della tradizione contadina, il piatto principale era composto da ceci e piccolissime lasagne fatte in casa, alcune fritte, dette in tutto il Salento “tria”, da qui il nome: “La tria di San Giuseppe”
Alla fine del pranzo, Vito serviva a tutti le zeppole di San Giuseppe, le aveva comperate la mattina presto dal bar, vicino alla Porta Grande.
Per ogni povero, Antonietta aveva preparato un fagottino, con dentro una pagnotta di pane, una bottiglia di vino ed altre pietanze rimaste dal pranzo, così potevano mangiare ancora per altri due tre giorni.
La sera quando il sole era calato, Chicco, un signore anziano del vicinato, accendeva la catasta di legna sistemata all’incrocio delle strade.
Piano piano il fuoco prendeva forza, da un angolo all’altro ci si dava voce che il Falò era stato acceso, la gente cominciava ad avvicinarsi.
In prima fila, in cerchio c’erano i ragazzi, quelli più piccoli, dietro quelli più grandi, attorno intere famiglie. Tutti attorno al Falò, per tradizione e per devozione, era proprio bello vedere le fiamme gialle e rosse che si alzavano verso il cielo, oramai fattosi scuro, si vedevano anche le stelle e la luna.
Si cantava, si parlava, si beveva qualche bicchiere di vino, pian piano la serata passava ed il falò con le fiamme e le scintille diventava sempre più bello.
Si andava da un falò all’altro, per vedere quello più bello, il più grande e quello che durava di più.
Ogni tanto si sentiva qualche scoppiettio, erano i rami secchi. Alcuni ragazzi si riempivano le tasche di sale da cucina, quello grosso e, ogni tanto, senza farsene accorgere lo lanciavano nel falò, si sentiva subito scoppiettare ancora e si alzavano tante piccole scintille, molte persone si spaventavano e si allontanavano e i ragazzi ridevano a crepapelle.
Quando la catasta si era quasi consumata e i carboni erano belli ardenti, le persone si riempivano “le frascere”, dei contenitori in rame per il fuoco e le portavano a casa, era il fuoco benedetto di San Giuseppe.
La cenere che rimaneva si raccoglieva ed il giorno dopo i contadini la spargevano in campagna in onore del Santo Falegname.
Era una festa per tutti, per grandi e piccoli, anche se sono passati molti anni non la si può scordare.
Zio Cosimo conclude dicendo:
“Ora la festa è diversa, sono però rimaste le zeppole”.
A zio Cosimo luccicano gli occhi ed io ho un nodo in gola, lo ringrazio per il bel racconto e mi allontano.