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Essere avvocati nel 2014, fra leggi, clienti e giudici

Le leggi si devono scrivere per regolare e tutelare la normalità non la patologia

Pubblicato in Lavoro e Diritti il 23/09/2014 da Antonio Pinto
Essere avvocati nel 2014 potrebbe voler dire essere condannati all'irrilevanza in un sistema giudiziario dove i tempi biblici ci condannano al rinvio dei pagamenti prima ed all'inutilità del prodotto dopo. Lo Stato, per deflazionare, si è inventato aumenti folli della tassa di contributo unificato e 6/7 sistemi di mediazione & c., che producono altri costi e altri tempi morti. Il legislatore, da anni ormai, produce leggi in maniera alluvionale per quantità e ad arlecchino per qualità, nel senso che in un decreto legge trovi disciplinate anche decine di cose, tutte diverse tra loro, calpestando unità, coerenza e certezza del diritto.
E invece no! Essere avvocati vuol dire fare un mestiere bellissimo, perchè se sei bravo, hai competenze vere, non andrai mai fuori dal mercato. Ad eccezione dei clienti istituzionali, che possono seguire vecchie logiche, la stragrande maggioranza dei clienti va da un avvocato (e ci torna) se è bravo e risolve il problema, non se è raccomandato.
Essere avvocati nel 2014 vuol dire:
1) avere la possibilità di formarsi e specializzarsi in materie nuove o comunque poco note, dove vi è un bisogno immenso di avvocati che sappiano dare supporto per sviluppare iniziative di impresa (ad es. alimentazione, energia, nuove tecnologie, servizi pubblici locali, turismo).
2) comprendere che il profluvio di leggi nuove, è un'opportunità per chi decide di perseverare nella formazione, perché sapere in tempo reale quali strumenti sostanziali o processuali proporre, ti rende utile ed efficace, oltre a distinguerti da chi non le conosce.
3) nel groviglio inestricabile di leggi, regolamenti e decreti attuativi, vuol dire avere l'opportunità di far capire al cliente che l'avvocato va contrattualizzato prima di intraprendere una iniziativa, perchè il suo ruolo più vero (e più utile) è quello di accompagnare a fare le cose bene, evitando il contenzioso (tranne quello strumentale).
4) dire no a norme che aggravano la responsabilità dei magistrati. E non per piaggeria o sudditanza. Ma perchè è evidente che norme del genere indurranno i giudici a sentenze "difensive". Il primo pensiero non sarà più scrivere per fare giustizia, ma scrivere per tutelarsi da attacchi che, anche strumentalmente o per intimidire, arriveranno da chi non è contento del provvedimento o da qualche Collega che si "vorrà far rispettare". Conosco perfettamente le aule del Tribunale e so bene che i giudici non sono tutti come Falcone e Borsellino. Così come ogni categoria, anche loro hanno alcuni eroi, una gran quantità di persone nomali e serie e qualche bandito. Ma le leggi si devono scrivere per regolare e tutelare la normalità non la patologia. Per qualche caso patologico esiste la galera, non si rovina un sistema.