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Perché eliminare l'art.18 è un errore

Analisi e riflessioni

Pubblicato in Lavoro e Diritti il 01/10/2014 da Antonio Pinto
Due premi Nobel per l'economia (Krugman e Stieglitz) hanno chiarito che la crisi economica italiana è una crisi della domanda e non una crisi dell'offerta. Premesso questo, abolire l'art.18 significa togliere stabilità a una larga parte del lavoro dipendente, e quindi abbassare la propensione ai consumi di tanti cittadini. In particolare, la prima conseguenza sarà veder abbassato il consumo dei beni durevoli. L'incertezza porta a risparmiare e non a spendere.
L'ultimo rapporto Ocse di settembre sulla piccola e media impresa italiana, sottolinea che la causa prima che frena gli investimenti delle imprese italiane è: "l’esistenza di significative barriere che frenano l'espansione delle aziende per colpa di un sistema fiscale complesso che impone elevati costi, non legati alle retribuzioni". A seguire, vi è il problema di un sistema della giustizia troppo lento. Secondo un'analisi di Bankitalia, divulgata il 18 settembre scorso, la prima causa che scoraggia gli investimenti esteri in Italia sono i tempi e le complessità delle procedure burocratiche. Per questo motivo, appare sbagliato non iniziare ad affrontare per primi i problemi principali, universalmente riconosciuti come tali.
Ancora, eliminare la tutela reale per milioni di lavoratori in un periodo di recessione e in una cornice in cui manca una seria politica di formazione e riqualificazione dei dipendenti estromessi dal mercato del lavoro, equivale a mandare al massacro potenziale, chi, a causa delle nuove regole, sarà estromesso dal lavoro.
Da ultimo, ma non per ultimo: occorre evitare una pericolosa deriva culturale, secondo cui la crisi giustifica lo smantellamento dello stato sociale. Assurdo è anche adombrare che la disoccupazione dei giovani sia colpa dei padri "garantiti", quando invece è vero il contrario, ossia che gli stipendi e le pensioni dei padri stanno facendo da ammortizzatore sociale.
In definitiva, siamo a un bivio culturale che condizionerà i prossimi anni: o ha ragione Marlon Brando nel film Queimada, quando spiega ai proprietari terrieri delle Antille che, per il capitalismo, il lavoro salariato è conveniente, perché è come quello di una prostituta che si prende e si paga a ore e si lascia quando si vuole (citazione, con cui il mio amico Prof. Roberto Voza, inizia il suo corso di lezioni di diritto del lavoro all'Università, per spiegare storicamente il nesso tra capitalismo e mercificazione del lavoro). Oppure ha ragione la Dottrina sociale della Chiesa quando (cap. 280) condanna: "l'eccessiva flessibilità del lavoro che rende precaria e talvolta impossibile la vita familiare e rischia di avere pesanti ripercussioni sulla percezione unitaria della propria esistenza."