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L'Edificio della Memoria continua a "seminare" legalità

Il racconto a quattro mani dell'esperienza del 1 marzo scorso

Pubblicato in Giustizia e Legalità il 06/03/2014 da Angela Arbore e Marco Guida
Un sabato…una mattinata uggiosa..
Un salone scolastico affollato…gioventù ..musica.. andirivieni di docenti…
Pian piano però il vocio dei ragazzi, le loro chiacchiere, i loro scherzi si sono lentamente attenuati, fino al silenzio, tutti assorti dal racconto di Angelo, nell’Auditorium dell’ITC Marco Polo di Bari sabato mattina,1marzo, ultimo appuntamento dell’Edificio della Memoria 2014.
Angelo Mirizzi ha raccontato la storia di suo fratello Giuseppe, ammazzato nella piazza di Carbonara la sera del 16 marzo 2011 “..davanti a 23 persone che non hanno detto nulla, è vergognoso”.
Angelo è giovane, mostra anche meno degli anni che ha, parla di suo fratello, il più grande di quattro figli maschi, il suo punto di riferimento, strappato alla vita “..non perché era nel posto sbagliato, come dice qualcuno. Mio fratello stava tornando a casa sua dopo il lavoro, quello era il suo posto, non era lui nel posto sbagliato!”.
Non era Giuseppe l’obiettivo del commando, ma questo gli inquirenti all’inizio non potevano saperlo: quando c’è un assassinio le indagini partono dalla storia della vittima, si cerca un movente, si ipotizzano delle piste che i giornali poi riportano.
E per i familiari è una tortura che può durare mesi, che uccide ogni giorno di più, che logora e sfianca, ma che nel caso di Angelo si è trasformata in rabbia, in ansia di gridare al mondo che suo fratello con quei criminali non c’entrava nulla.
C’è stata una sentenza di primo grado, due dei killer hanno subito una condanna, ma per Angelo e la sua famiglia non c’è pace: “da quando Giuseppe è stato ammazzato in casa mia non c’è più Natale, non c’è più Pasqua, non ci sono feste, mia madre è una donna distrutta dal dolore.”
Giuseppe era una brava persona, un uomo profondamente onesto,che aveva realizzato alcuni dei suoi piccoli grandi sogni, un lavoro, una moglie adorata, due bambini piccoli, l’acquisto dell’agognata casa (“mancava poco alla fine del mutuo…”racconta Angelo con voce che diventa sussurro).
Tutto brutalmente azzerato da un colpo di pistola, da un errore di identificazione della vittima designata.
La rabbia di Angelo è ancora forte, ma è contagiosa perché si carica di positività quando urla che “la mafia la possiamo sconfiggere solo lottando insieme!”
Stessa commozione, stesso silenzio sospeso,stessa intensa partecipazione emotiva per la storia di Michele Fazio, un ragazzo di 15 anni ucciso sotto casa sua il 12 luglio 2001.
Sono passati ormai tredici anni ma il racconto di quella sera fatto da Pinuccio, il padre del povero Michele, ti entra dentro l’anima con una forza che ogni volta non ti aspetti, ti stordisce, ti commuove, strazia dal dolore ma anche dalla rabbia.
E questo anche se è un racconto che hai già ascoltato tante altre volte…..
Rabbia che Pinuccio, e sua moglie Lella, hanno trasformato in azione, in ribellione verso il sistema di omertà, verso quei silenzi complici, portando con la loro determinazione sia all’arresto dei colpevoli (costretti a chiedere loro pubblicamente scusa durante il processo) sia ad una vero scuotimento delle coscienze nella città vecchia di Bari.
I ragazzi erano commossi, molti hanno pianto: a volte le manifestazioni “contro la mafia”, le iniziative sulle legalità, possono sembrare dei rituali, trasformarsi in passerelle più o meno plausibili, che non seminano nulla nelle coscienze degli spettatori, dove il rischio è abusare dei termini, scivolare nel gusto della retorica.
Sabato mattina, invece, i ragazzi hanno avuto davanti a loro il dolore, quel dolore profondo di chi in un attimo folle ha visto la sua vita stravolta, senza un perché, senza una ragione, per un assurdo atto di violenza, dolore che è stato trasformato in testimonianza, in voglia di reagire, dolore condiviso perché non sia mai più subito. “Sono qui – ha detto Pinuccio – perché non voglio che accada mai più a qualcun altro quello che è successo alla mia famiglia”.
Non è vero che i ragazzi oggi non hanno consapevolezza, non sono impegnati: quando la strada viene indicata nel modo giusto, quando il messaggio è chiaro e diretto, loro sono sempre in prima linea.
Così abbiamo voluto raccontare quello che è stato il momento conclusivo dell’Edificio della Memoria, dedicato quest’anno ai giornalisti vittime di mafia, in particolare Siani e Fava.
È stata l’occasione per le scuole coinvolte di mostrare il frutto di mesi di studio ed analisi: bellissimo il fumetto di animazione creato dalla IIS Pietro Sette di Santeramo, intitolato “Un altro giorno” in cui i ragazzi hanno immaginato il giovane Siani, crivellato di colpi nella sua macchina, rialzarsi ed affrontare con il sorriso una nuova alba, un potente messaggio di speranza.
Il filmato “Un grumo di legalità” è stato invece realizzato dai ragazzi della scuola media di Grumo, una bellissima esplorazione del fenomeno mafia fatta attraverso lo studio della storia di Giuseppe Fava e di numerose testimonianze, tra cui quella di Max il nano, un giovane rapper barese, cantore delle tragiche conseguenze dell’appartenenza alla malavita. Splendida la colonna sonora del filmato, realizzata da uno dei ragazzi.
Artefici di tutto questo immenso lavoro i “soci” della Cooperativa “I Bambini di Truffaut”, una meravigliosa realtà nel campo dell’associazionismo locale, una pattuglia di ragazzi tenaci e creativi guidata da Giancarlo Visitilli con l’ottima collaborazione di Annamaria Minunno e tanti altri.
Questo è fare memoria allora …perché “Semina, semina e abbi fiducia: ogni granellino arricchirà un piccolo angolo della terra.”(da Una lezione sulla legalità. Antonino Caponnetto)