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Una questione di "approccio" che parte dal dolore

"Tra i temi che mi stanno a cuore c’è la sicurezza stradale e quando scrivo prediligo le tinte forti"

Pubblicato in Esperienze di vita il 26/01/2014 da Germana Pignatelli

Che colore ha la felicità?

La scelta dell’approccio per iniziare un percorso fatto di temi.

La frase non è mia, ma dei Negrita. Ma se dovessi farla mia e cercare di dare un colore a questo nuovo percorso, che spero felice, con ILIKEPUGLIA, quale sceglierei?

Nel mio caso, l’inizio del percorso con ILIKEPUGLIA, o quella parte di percorso che vorremo e sapremo affrontare insieme, coincide con una di quelle ricorrenze che vorresti non dover affrontare mai.

Sono passati dieci anni, infatti, da quando ho dovuto, mio malgrado, imparare a convivere con un angelo che fino ad allora era stato, per me, semplicemente “mia sorella”. Un angelo che a dir il vero era sempre stato tale, anche a dispetto dei miei innumerevoli tentativi di corrompere il suo essere eticamente corretta, divertente in ogni occasione, pungente all’occorrente ma sempre maledettamente rasente la perfezione. Lo so, non sono obiettiva.

Così come so anche che meglio sarebbe stato non approfittare dell’occasione e lasciarsi ispirare, nella scelta del colore, da qualcosa di piacevole, utile a rendere ILIKEPUGLIA un luogo in cui tornare per dedicarsi minuti di arricchenti letture.

Ma lasciatemelo fare. Del resto l’inizio di un percorso è pur sempre un inizio e, come tradizione merita, è necessario fare un punto della situazione e provare a contestualizzare chi si è prima di intraprendere con entusiasmo nuove direzioni. E poi le ricorrenze di questo tipo arrivano una volta ogni dieci anni! Per fortuna, aggiungerei.

Dieci anni fa ciò che ho (e, più in generale, abbiamo) dovuto imparare è che gli incidenti stradali, quelli gravi, non avvengono solo in televisione o sulle pagine dei giornali ma colpiscono davvero e distruggono persone, famiglie, rapporti e sogni.

Dieci anni fa abbiamo dovuto fare i conti con un mondo che non conoscevamo e che comprende: reparti di rianimazione che assomigliano a lunghi tunnel sterili dietro porte di metallo chiuse, volti stravolti e gonfi, cause legali e statistiche per addetti ai lavori... e, sullo sfondo, genitori, sorelle e fratelli o amici orfani dei loro affetti.

Oggi con quelle statistiche ci lavoro, assieme ad una realtà chiamata Elaborazioni.org nata per dare un senso alla mia professione di ingegnera, provando a leggerne il significato oltre il mero dato matematico: non so se riusciamo sempre a farlo, ma l’inizio di un percorso sembra essere il momento adatto per ribadire alcuni concetti e provare ad impostare un lavoro che possa durare un anno e produrre effetti anche sul prossimo e, se saremo bravi, su quelli a venire.

La sicurezza stradale rappresenta oggi un tema piuttosto dibattuto. Lo era anche dieci anni fa, ma se giochiamo per un attimo con i numeri ci accorgiamo facilmente che in dieci anni è cambiato troppo poco per poterci dire soddisfatti.

Da più direzioni arriva la notizia, divulgata con un certo orgoglio, che l’Italia ha “quasi” raggiunto l’obiettivo posto dall’Europa di riduzione degli incidenti stradali al 50% entro il 2010. Quasi raggiunto. E non essendo stato raggiunto, perché siamo arrivati al 44%, abbiamo tranquillamente spostato il limite temporale al 2020 in virtù della nuova programmazione. Peccato che coloro che muoiono non lo facciano “quasi” ma lascino la loro vita per davvero. E per sempre.

Il punto non è quello della lamentela sempre e comunque contro le nostre amministrazioni che (“però, dai, devi ammetterlo!”) si sono impegnate in una lotta che nessuno può negare essere difficile e titanica rispetto a quel poco che i governi locali possono fare. 

Il punto è che in valore assoluto muoiono ancora ogni anno circa 3653 persone per incidenti stradali (una media di 10 al giorno), gran parte delle quali giovani tra i 20 e i 30 anni, in piena età lavorativa e con uno stillicidio che interessa, con percentuali più o meno variabili, l’intero territorio nazionale. E i numeri non sono neanche pienamente corretti: i decessi, infatti, vengono attribuiti ad incidentalità stradale solo se registrati entro 30 giorni dal sinistro, cosa che non sempre avviene. Il numero cresce e non è dato sapere di quanto.

Il numero dei feriti, infine, si alza a ben 264.716, paragonabile all’intera popolazione della città di Bari, molti dei quali invalidi permanenti, sempre gran parte giovani e sempre gran parte in età lavorativa, con conseguenti elevati costi sociali quasi mai considerati, seppur empiricamente.

Un fenomeno che, come un killer paziente e inesorabile, accresce la schiera dei nostri angeli o, più laicamente, dei nostri ricordi.

Ma non è questo ciò che ci permette di fare il punto della situazione così come ci siamo proposti qualche riga più su. La riflessione, per essere efficace nel pianificare ciò che faremo di qui a un anno, deve soffermarsi per prima cosa sull’approccio che intendiamo perseguire in questo lasso di tempo.

Finora l’impressione è che l’Italia abbia optato per il “quasi” anche in questo caso.

Una quasi politica che porta dei quasi risultati. Un quasi racconto che predilige il grigio alle tinte forti, rischiando però di non far comprendere a pieno la realtà delle cose. Un esempio? Parliamo ancora troppo e solo di “incidenti” stradali, attribuendo agli stessi, più o meno inconsciamente, un livello di ineluttabile fatalità per nulla messo in discussione. All’estero, molti governi hanno da tempo sostituito al termine “incidente” la parola “violenza” perché se è vero che in alcuni casi il destino e le avversità giocano un ruolo fondamentale, è anche vero che spesso (molto più di ciò che possiamo immaginare) l’incidente di casuale ha poco e niente ed è, invece, frutto di disattenzione, incoscienza, incuria da parte di chi dovrebbe avere attenzione, superficialità nell’affrontare la strada, il veicolo e le proprie condizioni psicofisiche che incidono sulla capacità di guidare un mezzo che può diventare una vera e propria arma quando non se ne ha un buon controllo.

Una questione di approccio, appunto!

E allora, tornando alla domanda di partenza e abbandonando per un attimo il tema e la ricorrenza che ci hanno dato lo spunto per cominciare questo dialogo, scegliamo il colore in base all’approccio che vorremo per questo percorso: schietto nelle opinioni anche quando contrastanti, non timoroso anche difronte ad argomenti difficili, ma sempre aperto al dialogo e al confronto delle opinioni.

Ecco allora, mi presento: sono Germana, lavoro con le persone ed i colori pur essendo una ingegnera, tra i temi che mi stanno a cuore c’è la sicurezza stradale e quando scrivo (di questo o di altro) prediligo le tinte forti, direi sul rosso. Ah, dimenticavo! Mi accompagna un angelo e anche lei, conoscendola, non è pastello.



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