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Noi, quelli della penna stilografica

Una generazione di mezzo, catapultata nell'incertezza quotidiana su tutto

Pubblicato in Esperienze di vita il 21/02/2014 da Domenico Bellomo
Circa un mese fa un mio compagno di scuola ebbe la brillante idea di riunire (quasi) tutta la nostra classe in una chat che si usa con il cellulare. Una bella idea davvero, piaciuta a tutti e praticata da molti. Con un effetto “ collaterale “ però: spingermi ad una riflessione, ad un percorso a ritroso effettuato rivedendo le nostre vecchie foto ( c’è uno di noi che praticamente ha un reportage fotografico di cinque anni di scuola, un pazzo scatenato ) e soffocando qualche lacrima, magari chiuso in uno sgabuzzino per non farmi vedere.
Noi, quelli della penna stilografica, abbiamo cominciato a scrivere usando il pennino. Con i pantaloni rigorosamente corti fino a 12-13 anni, iniziavamo da subito ad affrontare il mondo con una serie di rigide regole educative, forse le uniche efficaci, dove la famiglia e la scuola si davano il cambio in una sorta di protocollo piuttosto severo, se ripenso a come il tutto era impostato. E così crescevamo in una atmosfera severa da un lato e molto ingenua dall’altro, rigorosamente etero diretta, i cui capisaldi letterari erano, in ordine cronologico, “ Pinocchio ”, il libro “ Cuore”, e, più avanti, “ I Promessi Sposi”.
Talvolta assistevamo a qualche vero e proprio miracolo della storia umana, di cui a tutti noi rimane in qualche modo il ricordo rigorosamente in bianco e nero, come quello dello sbarco sulla Luna. Nel frattempo l’ingenuità e la timidezza si scontravano con le regole dell’adolescenza, sempre abbastanza crudeli e spietate. Non essendoci tutto questo dialogo aperto tra genitori e figli, ogni cosa, anche le prime cotte, si snodava tra patemi, timidezze e passioni rigorosamente segrete, forse fatte più di immaginazione che di esperienze reali. Ma forse anche oggi succede così. Poi, dopo i primi amorazzi e le prime esperienze “ sul campo”, cioè verso i 16-18 anni, le cose cominciavano a prendere lentamente un loro corso. Ma non per i banchi, quelli sarebbero stati gli stessi dall’asilo all’università. Per noi,  quelli della penna stilografica, iniziò in Italia, proprio in quei nostri anni dell’adolescenza, una vera e propria guerra civile. Difficile credere o immaginare per gli under 35 di oggi cosa sia stata l’Italia nei dieci anni dal 1970 al 1980. Vivevamo e crescevamo nelle città spesso in stato d’assedio, tra manifestazioni e cortei di cui per noi era impossibile capire il senso, divisi da un lato tra le nostre timidezze e le nostre cotte adolescenziali e dall’altro da uno stato d’animo perennemente scosso dalle notizie giornaliere di qualche attentato, rapimento, esplosione o uccisione avvenuta da qualche parte. Per noi questo scenario così cupo e pieno di contrasti sarebbe stato solo l’inizio di quello che anche per i successivi 30-35 anni di vita sarebbe stato poi un interminabile slalom e una metamorfosi senza sosta, anche se per fortuna non più così cupo e cruento. Sarà difficile crederlo per un ventenne di oggi, ma il computer, il telecomando, il cellulare non esistevano ancora. Si scriveva sempre a mano anche se non più con il pennino ma con la biro, ci si alzava ogni volta dalla poltrona per cambiare canale tra i due o tre disponibili, e si viveva praticamente in ogni famiglia con un solo telefono, inteso ancora come quelli col filo e col disco rotante per fare il numero: le telefonate con la “ ragazza “ duravano ore e costavano cifre spaventose, però - quasi sempre - i nostri genitori chiudevano un occhio e, tra borbottìi di varia natura, ci guardavano con gli occhi lucidi. Non è solo una sconvolgente rivoluzione sociale e tecnologica quella che abbiamo vissuto in questi 50 anni di vita, ma un vero e proprio slalom che ha accompagnato tutta la nostra storia obbligandoci a una continua metamorfosi spesso estrema, che noi abbiamo vissuto e forse spesso subito facendo semplicemente del nostro meglio, in una corsa a perdifiato per imparare qualcosa, resettare il tutto, e tornare a imparare la nuova successiva  meraviglia tecnologica che nel frattempo sostituiva la vecchia, ancora recente. E adesso eccoci qui, molti di noi sfiniti da questo interminabile slalom, in cui siamo passati da un mondo dove esistevano cose semplici e ingenue sorrette da una educazione severa ma anche da un rassicurante clima di certezze e convinzioni assolute, ad una vita quotidiana all’insegna dell’incertezza totale su tutto. Ci nutriamo di tecnologia come se fossimo alla continua ricerca del bandolo della matassa, convinti come siamo sempre stati da un incessante e inesorabile avanzata dei messaggi promozionali, della pubblicità e del marketing che stia proprio lì, dentro il consumo di nuovi oggetti e di nuove cose e dentro l’ultima tecnologia, la soluzione miracolosa, quella che risolverà per sempre la nostra vita, quella che oggi si è per molti tradotta davvero nella spasmodica ricerca dell’ultima straordinaria e rivoluzionaria applicazione da smartphone. Una specie di nuova e tecnologica ricerca della pietra filosofale. Noi, quelli della penna stilografica , quando ci guardiamo attorno e quando ripercorriamo il film di questi nostri ultimi e unici 50 anni, non riusciamo più a vedere nessuna pietra filosofale. Ci portiamo dietro e dentro una grande stanchezza per tutti questi mutamenti incessanti, troppi forse per una vita sola, calati esattamente in quello che forse sarà per sempre ricordato come il periodo storico di trasformazione più radicale e improvviso nella storia dell’uomo. In mezzo a tutto questo noi ci sentiamo spesso come dei fantasmi, troppo vecchi per ricominciare da zero, e sempre e per sempre troppo giovani per andare in pensione, o anche solo pensarci. Nelle statistiche noi spesso non siamo presenti, la società ci vede come quel blocco generazionale di cui non ci si deve occupare perché non coinvolto nei problemi degli anziani da un lato e dei giovani dall’altro. In questa eterna terra di mezzo che noi stiamo percorrendo da quando siamo nati e che oggi più che mai da uno slalom sembra trasformarsi sempre di più in un vero proprio susseguirsi di montagne russe, un nuovo ruolo ci si sta preparando, un ruolo ancora una volta duro e difficile, in cui dovremo trovare nuove energie e nuove risorse scovandole chissà dove, come da sempre ci è successo di dover fare: ci si prospetta l’inedito destino di traghettatori. Di portare il mondo da un prima che non vuole lasciare abitudini e regole sociali ormai obsolete anche se sono le uniche ancora omologate per consentici di andare avanti e per lo meno sopravvivere, a un mondo che invece non esiste ancora e che oggi naviga a vista tra apps tecnologiche, adolescenze eterne e incertezza su tutto. Ci guardano gli anziani che vedono in noi un baluardo alle loro vite, una specie di pilastro di appoggio su cui piaccia o non piaccia dover contare, ci guardano i giovani per avere la speranza di quel passaggio di consegne di cultura, esperienza e risorse a cui tendono disperatamente e che nessuno sembra in grado di offrirgli. Noi invece, quelli della penna stilografica, quando ci guardiamo e quando pensiamo a noi stessi, ripercorriamo tutta questa nostra incredibile storia di cinquantenni, un film alle volte veloce come un lampo, alle volte lento e interminabile, un percorso della memoria  vissuto tra passaggi culturali e sociali spesso di una complessità devastante. Ma sappiamo già che ancora una volta non possiamo vivere su nessuna certezza, come da sempre ci è successo di dover fare. Sappiamo già ancora una volta che non ci è concesso tirarci indietro. E sappiamo soprattutto che proprio a noi, già sfiniti da una vita che forse ne include due o tre messe insieme, si prospetta il compito di trovare un passaggio, nella terra di mezzo ormai di nessuno, in grado di unire il nuovo con l’antico, di trovare le nuove regole funzionanti dell’economia e della società, di prendere per mano le nuove generazioni concedendogli spazi e possibilità per crescere, anche sacrificando le nostre stesse vite, carriere, ambizioni personali. Noi, sempre troppo giovani da un lato e già un po’ avanti con gli anni da un altro, spesso sfiniti e disillusi da mille esperienze, da continui alti e bassi a cui il mondo non ci aveva preparato, alle volte invisibili come fantasmi, alle volte troppo invadenti su ogni cosa, solido pilastro di certezze per molti tranne che spesso per noi stessi, vissuti come abbiamo sempre dovuto fare tra un cambiamento e l’altro, tra una porta e la successiva del nostro personalissimo slalom esistenziale, dovremo metterci al servizio del cambiamento più di quanto non avevamo mai pensato che sarebbe potuto toccarci, quando, a vent’anni, pensavamo che a cinquanta sarebbe arrivato il momento di tirare i remi in barca. E invece i remi dobbiamo tenerli in acqua e nessuno sa per quanti anni ancora dovremo remare, anche se tutti sentono che non saranno certamente pochi. E poi tirarci su le maniche per l’ennesima volta e portare avanti questa barca nella quale ci ritroviamo tutti ma dentro la quale, pur tra le nostre mille incertezze, spetterà ancora e solo a noi il compito di essere allo stesso tempo, che ci piaccia o meno, sia i rematori che i capitani.  Conservando nella tasca la nostra penna stilografica.


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