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Minguccio e Sabella

'Le donne come Sabella non hanno bisogno di proclami e clamori per combattere. Lo fanno ogni giorno, a testa alta'

Pubblicato in Esperienze di vita il 05/04/2015 da Domenico Bellomo
Domenico Bellomo
Erano gli anni Venti, Minguccio viveva nel suo paese a trenta chilometri da Bari; era benestante Minguccio perché – da semplice mezzadro – negli anni aveva acquistato e coltivato per sé molte di quelle terre che i vari baroni e conti del circondario detenevano come un latifondo. Non era bello Minguccio, però era affascinante, così dicevano: quando a Bitonto lo vedevano passare a cavallo, con i pantaloni infilati negli stivali, il completo di panno marrone ed il coltello che spuntava dalla cintola, si giravano a guardarlo e lo salutavano tutti “ bongiorn’ a Sig’rì Don Mingucc’ “ cioè appellandolo come si doveva per “ uno che era potente “.
Minguccio però aveva avuto una sventura anni prima: la sua amata moglie era morta all’improvviso, lasciandolo con un figlio che studiava da sacerdote. D’altronde a quei tempi il sogno di ogni genitore della “ classe agricola “ era un figlio sacerdote o carabiniere o, forse, militare. Quindi Minguccio era un buon partito, era vedovo e benestante anche se un po’ “ anziano “: eppure aveva solo cinquant’anni ( ma si sa, all’epoca a cinquant’anni eri considerato un vecchio saggio, oggi spesso nemmeno a 90 si è saggi ) quindi molte signore “ in età “ le cosiddette “ signorine grandi “ lo vedevano come un possibile futuro sposo, per un matrimonio “ comodo “: prima di tutte le sorelle della defunta moglie, le quali provavano in tutti i modi ad attirare la sua attenzione ma con scarsi risultati.
Da tre anni Minguccio andava qualche volta a Bari, nella città, per commerciare e – cogliendo l’occasione – per fare un giro della città. La maggior parte del suo tempo era dedicata alla conduzione delle terre che si estendevano per qualche chilometro nei dintorni del suo paese: Minguccio aveva persino un pezzettino della Foresta di Mercadante, dove anni prima portava il figlio Vincenzo e la sua amata moglie a “ fare la scampagnata “ nelle belle giornate di primavera.
Un giorno d’estate – un giornata assolata e calda come solo nel nostro Sud possono essere – Minguccio notò sulla mulattiera che costeggiava uno dei “ fondi “ una ragazza con una “ zola “ in testa. Era molto caldo e la ragazza lo intenerì perché si asciugava la fronte con il fazzoletto mentre con l’altra mano manteneva i recipiente. “ E tu c’ sì ? “ disse alla ragazza e lei – continuando a camminare spedita – rispose “ buonaser’ Don Mingucc’… so’ Sabbella la figlia di Ciccillo, stogg’ a portà u’ mir’ a papà “. Minguccio trasalì, ricordava la figlia di Ciccillo, il suo fattore, come poco più che una bambina. “ E quanti anni avete “ le chiese, passando immediatamente al “ voi “ poiché ormai la ragazzina era una signorina, e “ ne debbo fare diciannove il mese che entra “ rispose Sabbella continuando a camminare.
Nelle settimane successive Minguccio rivide spesso Sabbella la figlia di Ciccillo nei campi e si complimentò anche con lui per quanto era diventata bella “ la m’nénn “ cioè la bambina che lui ricordava, finchè un giorno – durante il suo giro a cavallo – la salutò lui per prima ( quasi un assurdo per l’epoca ) “ bongiorn’ Sabbè “ e lei arrossendo rispose “ bongiorn’ a Sig’rì Don Mingucc’ volete un poco di vino fresco ? “. Minguccio scese dal cavallo, si sedette sotto un ulivo e accettò il vino. Poi rimontò a cavallo e andò via. Durante tutta l’estate si incrociarono spesso e Sabbella gli sorrideva sempre: lei abbassava gli occhi sorridendo quando lui si levava la coppola per salutarla.
Un giorno di settembre la vide sotto un grande ulivo secolare, seduta a mangiare qualcosa: “ Sabbè…che state mangiando ? “ le chiese “ un pezzo di formaggio con il pane e le ulive, so’ buone assai le ulive vostre e papà le cura bene, dice che voi siete una persona brava e avete fiducia di lui “ disse Sabbella. Minguccio ripensò a Ciccillo, si conoscevano da ragazzini, erano cresciuti insieme e negli anni a venire lui era diventato il suo uomo di fiducia, l’unico che – quando erano da soli – gli dava del “ tu “ e gli parlava a muso duro e senza peli sulla lingua. Ma Minguccio si era perso: guardava la campagna, sentiva le cicale, guardava i capelli neri di Sabbella. “ Bongiorno Sabbè “ disse Minguccio e andò via, salutandola e spronando il cavallo.
Ma Minguccio era turbato: sentiva che qualcosa era cambiato, qualcosa che era venuto a galla e non sapeva né cosa fosse né perché stesse accadendo. O meglio, sapeva bene cosa fosse ma faceva violenza a se stesso per impedire che questo “ qualcosa “ venisse a galla.
Due domeniche dopo Minguccio rivide Sabbella, mentre camminava nella piazza di Bitonto sottobraccio alla madre che – a sua volta – era sottobraccio a Ciccillo. Era bella Sabbella, aveva i capelli sciolti, il vitino stretto e l’abitino della domenica, gli occhi scuri e profondi. Era piccolina, forse non arrivava ad un metro e 60. La rivide e basta. Anzi la rivide e questo bastò. Non sapeva che anche Sabbella lo aveva rivisto, ed anche a Sabbella era bastato.
Nelle settimane successive Minguccio andò spessissimo a controllare gli ulivi, anche perché si avvicinava il raccolto. E così incontrò di nuovo Sabbella. E così la guardò di nuovo. E così Sabbella guardò di nuovo Minguccio. E Minguccio disse “ Sabbè’…vi devo dire una cosa “ “ dite Don Minguccio…” rispose Sabbella che aveva già intuito, abbassando la testa. “ Sabbè…domani sera debbo venire a casa vostra a parlare con Ciccillo…voi che dite ? “ Sabbella poggiò le mani sul vestito e – guardandolo – rispose “ …e voi che dite ? “
Minguccio immediatamente fu travolto come da un’onda di piena ma riuscì a mantenere la freddezza “ Sabbè…non è possibile, la gente che deve dire, io sono vedovo, io tengo un figlio e pure prete, anzi quasi prete, io so’ grande…mo’ qua deve succedere un quarantotto “. Sabbella lo guardò sprezzante “ la so la vita vostra qual’è, non c’è bisogno che me la dite voi, e so pure che quando volete voi nessuno vi fa cambiare il pensiero… bongiorno Don Mingù “ e si girò correndo via.
L’indomani sera Minguccio all’imbrunire bussò alla porta dell’abitazione di Ciccillo, in quei campi che conosceva a memoria. Portava con sé un coniglio e una pezza di formaggio. Si era messo il vestito buono e nemmeno si era accorto di essere arrivato.
Quando Ciccillo aprì la porta esclamò stupito “ Don Mingucc’ Sign’rì ? Tras, tras “.
“ Ciccì ti debbo parlare due minuti di una cosa, ti debbo parlare si Sabbella “ disse Minguccio posando il formaggio ed il coniglio sul tavolo. “ Ha fatt’ qualche cos’ Sabbè ? “ rispose Ciccillo.
No Ciccì, ti voglio chiedere il permesso di frequentare Isabella “ disse Minguccio, pronunciando per la prima volta il nome per esteso ed in italiano.
Ciccillo si accasciò seduto. “ Lo so “ aggiunse Minguccio “ lo so tutto quello che mi vuoi dire, forse mi vuoi pure dare una botta di coltello “.
“ No Don Mingù, io e voi sappiamo le stesse cose e voi sapete quanto tengo a Sabbella, forse siete la persona che conosco meglio e che mi conosce meglio, eravamo bambini insieme e siamo cresciuti insieme. Voi avete fiducia di me ed io di voi. “ Poi si girò a guardare la moglie che, in piedi vicino la credenza, con un cenno del capo dette anche il suo assenso.
La domenica successiva Minguccio aspettava Sabbella vicino la chiesa. Uscirono Ciccillo, Sabbella e la madre. Minguccio si avvicinò a loro e chiese “ Ciccillo, vi posso offrire un bicchierino al Gambrinus ? “
E così…tutto il paese seppe. E tutto il paese parlò di quella storia. Finché ad Ottobre, durante la festa dei santi Medici, Minguccio presentò Vincenzo – il suo unico figlio seminarista – a Ciccillo ed alla sua famiglia.
Sabbella era bellissima con gli orecchini di perle che Minguccio era andato a comprare a Bari: quando lui glieli aveva regalati qualche giorno prima lei era arrossita e aveva detto “ Mingù…così sono le perle ? “ e lui le aveva risposto “ la perla mia sei tu Sabbè “ e le aveva baciato la mano.
Si sposarono nella primavera successiva. Sabbella aveva vent’anni e Minguccio 51. Negli anni successivi Sabbella si innamorò ancora di più di Minguccio, delle sue serenate al tramonto suonate con uno scolapasta, della sua mania dei colletti inamidati. Dei suoi baffi e dei suoi occhi grigio-azzurri. Dei suoi baci teneri vicino al braciere. E Minguccio non vedeva altro che lei, la sua perla che portava sempre gli orecchini di perle che lui le aveva regalato anni prima. Tutti dicevano che Minguccio sembrava la “ donna di casa “ perché era troppo tenero, troppo affettuoso, troppo dolce. Invece Minguccio era solo innamorato di Sabbella che gli dette tre figli: Giovanni, Anna, Raffaele. Vincenzo, il primo figlio di Minguccio, era amato da Sabbella come se fosse stato il suo di figlio, ed era ricambiata con altrettanto amore.
Minguccio morì improvvisamente all’età di sessantatrè anni lasciando Sabbella con i tre figli, il più piccolo dei quali - Raffaele - aveva sei anni. Raffaele sarebbe stato mio padre. Negli anni successivi Sabbella in persona avrebbe condotto le terre di Minguccio, con la stessa saggezza e la stessa sua fermezza. E il suo amato padre Ciccillo l’avrebbe aiutata, così come aveva aiutato Minguccio, fino alla sua morte. Sabbella fu amata e rispettata, anche se donna e non perché vedova di Don Minguccio.
Nonna Isabella mancò quando io avevo sei anni – ironia della sorte la stessa età che aveva mio padre quando morì mio nonno – ed un mese prima che nascesse mio fratello. Ma la ricordo con immagini nitide, ricordo i suoi occhi, ricordo le sue carezze e la sua voce. Ricordo le sue mani calde e piccoline accarezzarmi il capo mentre – seduto al tavolo della cucina – mangiavo un’arancia che lei mi aveva pulito. Ricordo che portava ancora gli orecchini di perle, erano quelli che gli aveva regalato Minguccio, come seppi decenni dopo. Non ne aveva mai indossati altri, mai.
Questi sono frammenti di un racconto che mia zia e mio zio hanno raccontato tante volte a me. Confermati dagli anziani del paese che quando – fino a qualche anno fa – mi vedevano dicevano “ tu hai lo sguardo di tuo nonno “ e mi regalavano piccoli frammenti di Minguccio e Sabbella. Una volta mia zia, osservandomi da lontano mi disse " sai che incroci le mani dietro la schiena come tuo nonno ? "
Io sono Domenico Bellomo, figlio di Raffaele e nipote di Domenico Bellomo ed Isabella Pazienza. Ho raccontato questa storia per amore e rispetto verso le donne. Perché mi fanno ridere le donne che “ festeggiano “ la “ festa della donna “ uscendo come da una gabbia e per una sera dandosi alla pazza gioia. Mia nonna, nonna Isabella, ebbe il coraggio di sposare negli anni Venti un uomo più grande di lei senza che fosse un matrimonio riparatore e lasciando che fosse un grande amore. E chi ha un minimo di cultura storica e sociologica sa cosa vuol dire. Mia nonna Isabella affrontò il pregiudizio dell’intero paese, un pregiudizio pesante e oltraggioso. E lo fece con amore e per amore. Per amore di Minguccio, mio nonno Domenico. Sono cresciuto con il racconto di questa figura maestosa e semplice insieme, ho avuto il privilegio – negli anni – di crescere, vivere, lavorare tra donne di valore ed ho sviluppato la profonda convinzione che dalle donne – quelle vere – si può sempre imparare e che loro non hanno bisogno di proclami e clamori per combattere. Le guerre più atroci sono quelle silenziose e le donne vere le combattono ogni giorno. A volte vincendo, a volte perdendo. Ma sempre a testa alta e senza compromessi, come mia nonna Isabella.

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