Lunedì, 22 Luglio 2019 - Ore
Direttora: ANNAMARIA FERRETTI
Facciamo Notizie

Parole al vento

I racconti d'estate di Francesca Palumbo

Pubblicato in De-liberatamente il 31/07/2014 da Francesca Palumbo
Un maestrale talmente forte oggi! Non so se vale la pena di andare al mare, talmente forte da staccare le orecchie, perfino i vestiti di dosso, piccoli mulinelli che sul terreno lasciano le foglie d’ulivo a rincorrersi esauste come le tarantolate e poi un fruscìo così rumoroso nell’aria, quello che senti nei film prima che arrivino i fantasmi. Quando c’è un vento così andare al mare significa beccare la sabbia negli occhi o sentire la radiolina del bagnante a un chilometro da te che raggiunge i tuoi timpani nonostante la distanza, e magari suona uno di quei ritmi latino-americani, un po’ sbandati un po’ kitsch, che fan pensare a deretani abbronzati enormi e sodi in movimento, le macarene e tutta quella roba là che appartiene a Shakira, o alla Lopez, le belle e sfrontate, volgarotte e seducenti. Piace alla gente comune, brutta classista che sono, che ascolto io solo la musica jazz? Ti metti a fare la superiore, che poi neanche , perché a me piace il pop, e dei ritmi cerco il groove, quello interno, quello che fa vibrare i pensieri e il cervello e infondo anche il latino- americano ha il suo perché, tutta una storia che va dal Brasile al Nicaragua e giù di là, la miscela portentosa di povertà e la felicità, la geografia della speranza e del riscatto, quindi non fare la yankiee sciocchina, prendi il telo da mare adesso e vai. Andrò un po’ più a sud perché la sabbia negli occhi non la voglio e nemmeno la radiolina del bagnante distante che mi raggiunge prepotente, ho scoperto una caletta in un anfratto segreto, ci vanno in pochi, devo solo macinare qualche chilometro in più ma ne vale. Voglio guardare le onde giganti e la schiuma bianca dei cavalloni che si rincorrono, fare il bagno nella risacca, provare la sensazione curiosa di essere un piccolo relitto inerme, che si fa cullare dal destino, dal canto delle sirene mute nascoste in quelle onde, ad agitarmi e provocare l’urto ovattato che mi riporta a terra, la scommessa con la forza della natura, il ritmo dell’equilibrio tra il mio corpo leggero e quella potenza marina che profuma di sale e di alghe, il rotolio dei sassolini sulla battigia che riecheggia come una risatella di folletti spioni. Fa tanto bene alla pelle, scorta coatta di iodio, supererai l’inverno alla grande, così non ti ammali e non ti viene il raffreddore, e le ossa stanno meglio e non fanno cric e croc, prenoterai la densitometria tra due mesi quando torni, che dopo i 40 si fanno i controlli ogni anno e tu i 40 li hai superati da un pezzo e quest’inverno hai controllato la tiroide ma delle ossa te ne sei dimenticata, o meglio non ci hai voluto pensare perché tutta sta’ manutenzione a volte ti deprime e bisogna anche imparare ad essere fatalisti un po’ e fregarsene! Tanto lo sai ormai, che anche quando i controlli te li fai tutti, succede sempre qualcosa e allora almeno avresti risparmiato i soldi alla fine, che poi la fregatura arriva lo stesso e se l’avessi saputo magari avresti fatto meno veleno e meno file in sala d’attesa, perché la lezione l’hai imparata e per forza, prima o poi, una cosa una cosa ti capita sempre comunque. Quando ti prende così bisogna accettare il tunnel ma imparare ad arredarlo con cose belle, l’ho letto da qualche parte. Un sacco di quadri colorati allora, li dipingerò io stessa, e vai di pennello ecco, tinteggia tutto di arancio e viola iridescente adesso, anche un bel lilla ci starebbe bene, vediamo! Cambiare modulazione di frequenza immediatamente, i pensieri sulla salute appartengono agli anziani e tu sei tutta irruenza e voglia di vivere ancora! La colpa a volte è tutta del vento, di questo maestrale che spazzola i pensieri con eccessiva irruenza, li scompiglia e li arruffa fino a farli annodare. Intanto sono già in macchina e sulla complanare per fortuna non c’è il solito traffico, ma passa sull’altra corsia un’ambulanza che miagola disperata, mi mette sempre un po’ d’ansia. Arrivo a destinazione trafelata e felice, almeno qui non si paga il parcheggio, detesto pagare il parcheggio; scelgo la caletta laggiù dove va sempre pochissima gente perché per arrivarci c’è da camminare un casino e non tutti ne hanno voglia, ma a me camminare piace e il vento continua a fare buuuuuuuuuhhhh e wuuuuuuuuhhhhh, potrei invocare la buonanima della MANSFIELD, oh Heathcliff Heathcliff, dove sei tu Heathcliff? Amore che viene, amore che va, felici i felici e tutti gli spasmi del mondo, questo vento espande il sentimento del mondo ed è tutto un areosol di anime scarmigliate che vagano mentre il presente è l’unica realtà, forte di se stessa e meravigliosamente potente. Gli scogli tempestosi su cui muovo i miei passi impigliati affiorano aguzzi e pure taglienti qua e là, le scarpe di gomma fanno attrito, resisto leggera, proseguo disinvolta con il vento che spinge alle spalle come una mano invisibile che mi accelera, sono quasi arrivata. Supero la pianta del cappero che da anni resiste in questo posto fatato, avvinta alla scogliera. Ha lasciato che i suoi piccoli frutti si staccassero da lei, ingenui, le giuste e necessarie separazioni, il vento li ha mietuti, loro si sono lasciati trasportare e adesso rotolano piccini e insulsi in un piccolo acquitrino fatto di schiuma di mare e brecciolina mista a terreno. Ulisse li avrebbe raccolti, ne avrebbe fatto una collana di perle grigie per la sua Nausica o per qualche intrigante balena. Ci sono due coppie, una un po’ più defilata, un lui e una lei, poi due donne sul bordo della discesa che porta giù le barche per il rimessaggio, scivolosissima sempre, piena di alghe, quasi pericolosa. Sono due tipe mastodontiche, forse sorelle, o amiche o compagne, sì questo è possibile da come si guardano. Una afferra l’altra e si aggrappa allo scoglio, la aiuta a scendere senza scivolare per un bel bagno nell’acqua azzurra e mota di oggi, onda su onda, sirena procace con sirena procace. Le guardo e mi sento una mezza sardina nella mia magrezza essenziale e ossuta, penso che hanno un appiglio scarso e sarà dura risalire per loro, tiro fuori con noncuranza dalla borsa da mare il tubo di plastica che porto sempre con me per mia figlia, me lo ritrovo nella sacca, sporgente come un’antenna, anche se lei oggi non è voluta venire. Stendo il telo, tre sassi pesanti ad ogni angolo per bloccarlo al suolo, sistemo le mie creme, due protezioni, una per il viso (che dimentica non metto mai) per le maledette macchie sempre in agguato, l’altra per il resto del corpo. Decido comunque di non spalmarmi, mi renderebbe più scivolosa di un’anguilla e la situazione è già problematica di suo. Guadagno un altro scoglio più in là andando di punta come la ballerina di un carillon. Un’eleganza interrotta dal tuffo che improvviso senza determinazione, e che non mi riesce affatto bene perché all’ultimo momento mi sono distratta e ritratta, planando di pancia, ma per fortuna pochi spettatori. L’acqua mi avvolge e i pensieri si rinfrescano beati, tornano a sorridere gagliardi, dio quanto amo l’estate, le onde, la brezza, questo maestrale potente e riverberante. Ritorno con lo sguardo alle due mastodontiche donne, Botero ne avrebbe fatto un quadro meraviglioso, bellezze radicali nelle loro mega proporzioni, dense di generosità e determinazione. La più corpulenta però, come previsto, ha problemi con la risacca, l’altra da sopra lo scoglio fa di tutto per riafferrarla, la tiene per il gomito ma la posa di entrambe e penosamente scomposta, ridono istericamente e cercano appigli. La seconda sposta lateralmente lo sguardo sul mio telo e mette a fuoco il tubo di gomma, lo afferra rapida come una gazza e lo porge alla compagna, che riguadagna un bilanciamento del corpo, sguish sguish, annaspa ancora un po’ ma poi ritrova il baricentro, finalmente risale. Ricevo un sorriso benevolo da entrambe, quasi uno ‘scusa’ per aver preso senza chiedere, ci mancherebbe altro avrei fatto lo stesso; orgogliosamente fiera dell’utilità del mio tubo ricambio con un sorriso dall’acqua, chissà se l’han visto. Faccio bracciate e nuoto ancora un po’ per riagganciarmi al mio scoglio, quando riemergo mi raggiungono per caso i timbri dell’altra coppia più appartata che sghignazza. Il vento amplifica la risata di lui, sadica ed esagerata. Quando riprende fiato mi raggiunge un segmento sbieco della sua conversazione mentre si rivolge alla sua donna e le intima un ‘se un giorno dovessi diventare così grassa io ti lascerei subito, senza pensarci due volte ’. Sono ancora nell’acqua e l’amplificazione di ogni gesto e ogni voce mi arriva talmente diretta e cristallina, forse perché ci troviamo in una conca e tutto rimbomba. Quel segmento avrà raggiunto a boomerang anche le due tipe dall’altra parte. Mi giro a guardarlo quel lui così supponente, se ne sta sullo scoglio come un toro seduto, arrostito paffuto e rozzo come un volgare calabrone impettito.
Socchiudo le palpebre per guardarli meglio (sono una miope). Lei intanto gli sorride fessamente. Ecco insomma, lei è una specie di silfide e lui un palestrato luccicante di pomata per scarpe all’odore di cocco... Intimo preghiere laiche e silenziose all’universo, Maestrale dico, tu certi soggetti dovresti proprio spazzarli via all’istante.


loading...