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Fare scuola in presenza

"Ancora un altro mese prof, e la scuola è finita!"

Pubblicato in De-liberatamente il 28/04/2014 da Redazione
‘Ancora un altro mese prof, e la scuola è finita! Tra i vari ponti di aprile e le elezioni…la nostra scuola è sede elettorale, vero prof? Altri giorni di festa, evvai!”
Ragionamenti tipici di un’ordinaria giornata con i miei ragazzi a scuola, li facevo anch’io quando ero al liceo, contavo i giorni che mi separavano dall’estate, smarcavo le giornate dal calendario, gioivo del conto alla rovescia!
Ho appena terminato di consegnare i compiti in classe, stiamo ragionando sugli errori che potevano essere evitati, sono circondata da un nugolo di alunne e alunni intorno alla cattedra che chiedono spiegazioni, pretendono chiarimenti. Il ragionamento collettivo aiuta a far chiarezza, a trovare risposte, a darsi delle ragioni.
“Il voto è poco, prof!” una dichiarazione che mi fa sorridere, dico a Paola, con voce quieta ma convincente “ forse anche il tuo studio è stato… poco… Paola! Dai, ricopia gli errori di sintassi sul tuo quaderno, prova ad autocorreggerti, vediamo se riesci da sola a migliorare le frasi che hai scritto, magari ti sei solo fatta prendere dall’ansia del compito, ora con più calma riguarda quello che hai scritto, rielabora e modifica, magari alziamo un po’ il voto dell’orale, che ne dici?” Paola sorride, spalanca i suoi occhioni azzurri, torna subito al suo posto, comincia a scrivere.
Poi è la volta di Roberto, è un ragazzino cognitivamente debole, ha uno sguardo ferito e sottomesso. Lui proviene da un’altra regione, è stato sradicato dal proprio nucleo familiare perché i suoi genitori, secondo la sentenza di un giudice dei minori, non sono stati ritenuti adeguati. Di solito non parla, rilancia solo quel suo sguardo angosciato e se decide di esprimersi balbetta talmente che non si riesce proprio a comprendere cosa voglia dire, figuriamoci in Inglese (la materia che io insegno); dunque tra noi c’è un patto sotteso, solo esercizi scritti alla lavagna, oppure sul quaderno, lui me li porta, io glieli correggo. L’interrogazione orale con lui non esiste, cerchiamo altre modalità. Ma spesso sono pietre le parole che scaglia sui fogli perché quando s’innervosisce molto, abbandona l’inglese e mi scrive in italiano, così il To be or not to be diventa un non voglio esistere, voglio scappare da qui, voglio uccidere tutti. Spesso compie azioni esplosive che travalicano le regole disciplinari interne alla scuola, picchia qualcuno dei compagni appena esce da scuola, ruba i libri delle compagne dalla classe e va a buttarli nel gabinetto dopo averne distrutte le pagine, cose così. Tutto diventa gabbia per lui, anche gli esercizi, i compiti, le tradizionali certezze della quotidianità didattica. “ Pro, pro-pro-fessa”, così mi chiama, e sembra che voglia denigrare anche me nella parte finale, ma balbetta così tanto, ed io di quell’aggettivo sorrido, perché forse un po’ fessi e fesse siamo tutti quando pretendiamo da un ragazzo che è stato graffiato dalle ‘maligne unghiate della vita’ (come le chiamava la Dickinson) che possa comportarsi esattamente come tutti gli altri; giorni fa mi ha dato un biglietto:
Proprofessa questa cosa lo scritta per voi. Il compito e andato male perché o avuto nostalgia di casa mia e si come non dormo e sono triste penso che saro bocciato. Un favore. Posso rifare il compito quando mi sento bene? oppure mi date un’altra posibilita? Scusatemi ma sto troppo male.
O forse io sono una che appunto ‘professa’ e poi, come razzola? O sono una profeta, che sa per certo che con i voti scarsi che ha collezionato in tutte le materie, perderà l’anno. Forse (anche) per questo Roberto mi chiama professa.
Quanto può fare la scuola per questo ragazzino? Poco, forse, ma io come sua docente tantissimo! Perché nella sua richiesta disperata, Roberto ha riconosciuto la persona, qualcuno a cui rivolgersi e da cui si è sentito guardato, visto. Altrimenti non avrebbe mai trovato il coraggio di scrivermi, di chiedere. Direi che questa è la conquista più grande per un insegnante, al di là del successo scolastico. Essere in classe sapendo di poter accogliere e contenere le aspettative, le carenze, le paure e i gap biografici di molte ragazze e ragazzi che chiedono un’immensità di cose prima dell’insegnamento e al di là dell’insegnamento. E guai se la priorità della didattica dovesse diventare la corazza per evitare queste domande mute, ora implorate, ora questuate, perché qui non si tratta di istruzione né di educazione. Una diversificazione che sta a cuore a quanti, tra professoresse e professori, vogliono glissare dai rapporti umani all’insegna della didattica tout court ‘perché lo Stato ci paga per istruire e non per farci carico di tutte le problematiche degli studenti!’
Essere in contatto con una ragazza o un ragazzo non è certo una questione di competenze, ma di sensibilità. Ha senso prendersi sotto braccio tutti gli alunni come Roberto e fargli sentire che ‘il mondo degli adulti’ non è costituito solo da giudici minorili, carabinieri e genitori inaffidabili ma anche da docenti che, un certo giorno, hanno scelto di essere anche madri e padri su cui poter contare. Solo allora lo sguardo del Roberto di turno non sarà più sottomesso e la sua comunicazione non sarà più deragliata e interrotta. Impossibile non tenere a mente che, se per un caso del destino, un ragazzo così ha sfiorato il nostro cammino, noi ne siamo assolutamente responsabili.