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Delitto passionale

Pensando al 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Pubblicato in De-liberatamente il 24/11/2014 da Francesca Palumbo
A fare la pizza ci sarebbero andati insieme a Paola e a Riccardo, una giovane coppia di fidanzatini come loro, con cui erano soliti uscire la sera. Roberto alla guida, Giovanna accanto a lui intenta a cercare in radio una modulazione di frequenza un po’ meno disturbata delle altre. Traffico gestibile, il normale traffico di un comune pomeriggio primaverile intorno alle 19.
A Torre a Mare, dove avevano l’appuntamento con la coppia di amici, Roberto aveva prenotato un tavolo per quattro presso la Pizzeria del Porto, un posto romantico che si affaccia sul mare. Mentre erano in macchina, Giovanna fu improvvisamente assalita dal terribile pensiero dell’invasione serale delle zanzare e di colpo afferrò la borsa per controllare di non aver dimenticato il flaconcino di Autan.
“E’ pieno di gerani, stai tranquilla-intervenne lui- vedrai che staremo bene. Se ci sono i gerani le zanzare se ne vanno. Piuttosto, non riesci a beccare Radio Mare Blu? A quest’ora mettono sempre musica italiana”.
Nella luce rossastra di quel tardo pomeriggio primaverile, Giovanna, all’improvviso, aveva deciso di porre in essere il pensiero ossessivo che la tormentava da giorni e martoriandosi le dita cominciò con voce querula a sillabare, prima a bassa voce e poi prendendo sempre più coraggio, la sua confessione: “ Senti Roberto, io te lo devo proprio dire ed è inutile che ci sto a girare intorno. Con te non ci sto più bene, mi sento soffocare, vorrei vivere una vita diversa. Io ti voglio bene, ma non me la sento di continuare. Insomma, non siamo fatti l’una per l’altra, se vuoi mo’ che andiamo alla pizza ne parliamo pure con gli amici nostri, ci confrontiamo. Questi momenti capitano a tutti, io te lo volevo dire. Forse è meglio se ci lasciamo noi due.”
Non si guardarono. Lei con la testa dritta seguì l’asfalto srotolarsi davanti agli occhi, la schiena dritta e le mani di nuovo nella borsetta a rovistare in un miscuglio di cianfrusaglie, l’Autan, un rossetto, le sigarette, un’agendina, il tappo sfuso di una biro, dei fazzolettini sparsi e le Vigorsol disseminate sul fondo della borsa.
Roberto continuò a guidare in silenzio, rigido e quasi assente, tra sé e sé pensò solo che avrebbe gradito un sottofondo musicale diverso in quel momento; la voce calda e sinuosa di Carmen Consoli gli parve assolutamente fuori posto, la Commandera, pure lei, sicuro, avrebbe saputo fare una confessione di questo tipo, così d’amblè, a costole aperte, spada dritta nello sterno senza fronzoli né complimenti, ma con più stile e forse certamente con più pathos. Questa indifferenza coatta, la semplicità e il pressapochismo della conclusione lo offendevano più del contenuto stesso delle parole deformi e vaste pronunciate da Giovanna, così ruvide e taglienti da attraversargli le orecchie come fionde slentate maneggiate da ragazzini inesperti. Lo sguardo si protese oltre il volante, verso un cielo strafottente, verso le nuvole dense di una luce liquida e fastidiosa, il pensiero racchiuso in un’angina soffocante. Aria di baruffa appiccicosa nel silenzio floscio e concentrato. Avrebbe voluto girarsi a guardarla, ma non ci riuscì, il collo bloccato in una morsa. Una paresi dell’intenzione.
Sulla destra, flotte di ulivi ritorti e ombrosi sfrecciavano riverse su un terreno secco e grumoso. Mancava solo un chilometro all’uscita verso il paese. Finalmente riuscì a pigiare sul comando delle freccia e accostò
sterzando flemmatico e lemme verso il margine erboso della strada. Assimilata l’informazione si aspettava adesso che da qualche parte remota del suo io impallidito giungesse decisa una qualche forma di reazione. Fermò la macchina e spense il motore, lasciando i fari accesi. Cominciava ad imbrunire.
Fissò i suoi mocassini nuovi appoggiati ai pedali. Il passaggio veloce delle macchine in corsa sulla strada smosse leggermente l’abitacolo, mentre tutto il resto restava assolutamente fermo, immobile. La classica situazione in cui ci si sarebbe aspettati di veder passare un cane randagio sul ciglio della strada, e invece no. Desolazione totale.
Giovanna mollò la borsa e spense la radio. Neanche lei però si girò a guardare Roberto, si concentrò piuttosto sul pallido cono di luce creato dai fari su quell’erba sfatta.
Per alcuni minuti rimasero immobili, seduti in macchina come due dummies, sul bordo della tangenziale nell’aria fresca del crepuscolo di primavera, avvolti nei rumori delle macchine che passavano indifferenti entrando e uscendo dal finestrino aperto. Giovanna si era bloccata e non aveva detto più niente. Anche Roberto era rimasto muto, benché lui fosse perfettamente consapevole che non diceva niente perché non trovava le parole.
E, non trovare le parole, significava esattamente questo: che nessun tipo di parola potesse venirgli in mente in quel momento, sarebbe risultata in qualche modo adeguata alla circostanza che stava vivendo, anzi, subendo. Frequentava Giovanna già da un paio d’anni, si erano conosciuti tra i banchi dell’IPSIA, si erano baciati dopo un mese di corteggiamento serrato e lei dopo un mese gli aveva dato “la prova d’amore”. Poi, dopo il diploma, lui aveva cominciato a pranzare ogni domenica a casa dei genitori di lei e alla fine il suocero gli aveva offerto di lavorare da lui all’autofficina mentre lei aveva cominciato a frequentare un corso da parrucchiera e da un mese a questa parte si stava specializzando nella ricostruzione delle unghie, che era molto richiesta nei centri estetici e poteva offrire buone possibilità di lavoro. Insomma tutto filava e Giovanna non si era mai lamentata. Quando uscivano lui le pagava sempre la pizza e la discoteca e la faceva sentire “una signora”, non litigavano mai, solo quando qualcuno la guardava per strada, solo allora Roberto andava su tutte le furie perché a lei piacevano le minigonne e con i tacchi era proprio una gran bella figa, ma era sua, e gli altri non dovevano ‘menare troppo gli occhi’. E lei non doveva sorridere troppo!
Mentre si soffermava su queste considerazioni, esalò un sospiro denso e fumoso per precipitare immediatamente dopo in una specie di stato obnubilato, molto simile a quella sonnolenza vigile di certi pomeriggi d’estate, uno stato limbico prossimo alla fuga in qualche dove, che è territorio della pausa e del non-pensiero, salvezza e approdo su isole di non-certezza e appagante non-necessità. Si rese conto che qualcosa gli impediva qualunque forma di espressione. Era come imbalsamato. Un freno di proporzioni massicce lo teneva incastrato nelle maglie sbilenche e slentate della confusione ora. Che fare? Che dire? Lo colpiva più di tutto la rapida e disarmante franchezza con cui Giovanna lo stava ferendo a morte.
Improvvisamente si sentì così consapevole del mondo, dei giudizi, della gente, che sentì un brivido e dalla nube nera che gli avvolgeva i pensieri, gli parve di scorgere una forma, un volto con due grandi occhi di fiamma. La rabbia lo stava fissando.
“Senti Ro, resteremo amici, si può restare ami…” Non volle neanche sentire la fine della frase, aprì lo sportello e mise due passi nella campagna adiacente. Voleva vedere i propri mocassini nuovi sporcarsi di terra, impolverarsi e diventare più chiari, tenerli ai piedi lucidi e lindi non aveva più molto senso in quel momento. Voleva sporcarsi i piedi e anche la mani, impiastricciarsi tutto e scomporsi. Si tirò fuori la camicia dalla cintura e sbottonò i primi due bottoni vicino al collo. Un leggero venticello gli percorse la schiena sudata provocandogli un nuovo brivido e un mucchio di foglie secche si raccolse intorno alle sue caviglie. Giovanna lo seguiva con lo sguardo dall’abitacolo della macchina, lo vedeva camminare di spalle a lei, ne riconosceva la camminata agitata, il passo incerto e veloce di quando si infuriava, ma era abituata a quel suo modo silente e inquieto di affrontare il disappunto e lo sconcerto. Lo aveva visto così, impallidito e assente in tante altre circostanze, tipo quella volta che gli aveva raccontato che temeva di essere rimasta incinta di lui e poi per fortuna le sue cose le erano arrivate dopo dieci giorni. Roberto però le aveva dato un ceffone, in piena faccia e alla crudele, mentre glielo diceva, lei si era fatta molto male e il mascara azzurro le era colato giù insieme alle lacrime. Lui non aveva detto niente, come al solito, ma lei quella volta non se l’era dimenticata. Anche quando suo padre le aveva regalato il cellulare per il compleanno, lui era impallidito ed era rimasto muto per giorni. Poi con una scusa se ne era impossessato e poi se l’era lasciato cadere di mano e ci era passato su con un piede distruggendolo. Lui odiava che Giovanna si messaggiasse con le amiche e poi diceva sempre che le sue amiche erano delle puttanelle che si messaggiavano di nascosto con gli altri maschi. E pure Paola che stava con Riccardo si vedeva che era una puttanella e sicuramente metteva le corna al suo fidanzato, perché stava sempre con quel cappero di cellullare in mano a inviare sms.
Intanto Roberto continuava a sporcarsi nella terra, camminando verso gli ulivi che al suo passaggio si inchinavano ombrosi. Inalò il greve odore di tronchi e muschio e resina, mentre il battito del cuore cominciò a pulsargli forte prima nelle orecchie e poi nei bulbi oculari. Si sentiva come un pneumatico iperpressurizzato, pensò di poter scoppiare e finire sparso sui rami in mille pezzi. Ogni piccola porzione del suo corpo di gomma dilaniata sarebbe rimasta lì pendula a guardare il velo giallastro di vapore che si condensava nell’aria e avvolgeva la macchina, i pensieri, la volontà, l’erbaccia, e Giovanna. Abbassò una mano, prese in mano una zolla di terra, la sbriciolò tra le dita, incespicò in un rovo basso che gli graffiò il collo del piede e raschiò leggermente la vernice delle sue scarpe impolverate. Continuava così, ad incedere incerto tra le foglie, quando d’un tratto, in mezzo a tanta estranea e arida natura, avvertì qualcosa di inquietantemente familiare.
Col piede aveva appena urtato un sasso e quel sasso era la risposta, quel sasso ora era l’unica via che lui potesse seguire. Grande quanto il suo pugno e per questo così affine e domestico, solitario e roccioso come lui, greve e fermo, duro e deciso come le sue intenzioni risorte. Si stupì allora di scoprire quanto, in fondo, le soluzioni che cerchiamo, siano sempre a portata di mano e quanto l’animo umano non abbia motivo di abbattersi perché una risposta c’è sempre e le cose non possono che risolversi seguendo il proprio istinto. L’istinto infatti, come diceva sempre sua padre, non sbaglia mai. Era certo adesso, era bruscamente certo di cosa fare.
Respirò a fondo e si sentì attraversare da una forza improvvisa, inaudita. Restò ancora un po’ appoggiato a un albero con il sasso in mano, c’era qualcosa, una sensazione infantile e goliardica nel rigirare la pura pietra tra le dita, gli ricordava le prime prove con la fionda, arrampicato in cima all’albero con gli amichetti più grandi, a colpire le lucertole, a mozzargli il capo e la coda. Addirittura per un attimo ebbe la sensazione che una lieve forma di eccitazione adesso si stesse impadronendo del suo corpo, provò un fremito giù nelle mutande, un’erezione subitanea e del tutto inaspettata mentre accarezzava la sua idea e guardava in lontananza il capo di Giovanna reclinato sul poggiatesta del sedile. Si addormentava sempre quella, non le sopportava le attese, pure in discoteca certe volte si era addormentata! Un altro aspetto di quella stupida e arrogante ragazza di cui pure si era innamorato; una stupida dormigliona, viziata e capricciosa, ecco cos’era; un’ingrata che ora lo rifiutava e si voleva liberare di lui come si fa con uno strofinaccio vecchio.
Femmine. Vatti a fidare! Puttane! Puttane tutte alla fine, anche quelle come lei, che mostravano premura e poi invece, dopo un mese già si era lasciata convincere a stare con lui, sì sì, sessualmente parlando!…e invece adesso non voleva più essere sua, perché lei sua era, l’aveva posseduta, ed era stato il primo, lei gliel’aveva promesso che sarebbero stati sempre insieme e che l’avrebbe onorato e rispettato, sempre, anche nella malattia, anche nella morte, come dicono sempre alle cerimonie.
Le macchine continuavano a sfrecciare veloci, era diventato buio e Giovanna sonnecchiava in macchina un po’ stonata dal caldo e dalla stanchezza del lavoro lì alla bottega del parrucchiere sempre a fare lo shampoo e con il phon accesso. Che mal di testa, che sonno, ‘Almeno gliel’ho detto però’ –pensava, e se ne restava morbida sul sedile e con la borsa sulle gambe.
Fu un guizzo, un salto di cavalletta che lo avvicinò furtivo allo sportello. Neanche il tempo di chiedersi di chi fossero tutte quelle voci che gli sibilavano sordide nelle orecchie, spalancavano le loro bocche enormi e con lunghe lingue verdi penetravano i suoi padiglioni fino a raggiungere il cervelletto e a contaminare di bile e fango i suoi pensieri malati.
Giù sulla testa, forte, forte, una volta, due tre, più forte, ancora. Il sasso con cui infierì sulla testa di lei, era ora sporco di sangue e materia cerebrale, una densa poltiglia violastra e rossa che colava sul sedile avvolta di grumi. Terra e morte, pensieri defunti, volontà violate senza neanche la possibilità di difendersi. Forse un pezzo di sogno rimasto inconcluso giaceva lì sul poggiatesta insieme alla pietra e rantolava ancora in cerca di un finale. Roberto immobile a guardare i capelli appiccicosi di Giovanna inerme sul sedile avvolta in una pozza di sangue che si allargava sulla tappezzeria, le mani ancora sulla borsetta schizzata, la bocca spalancata di sorpresa e terrore. Ebbe la sensazione che respirasse ancora, un ultimo flebile fiato di morte esalato insieme allo stupore e all’orrore.
Rimase lì a lungo, fermo e senza pensieri, a guardare. Provò una sensazione ferina e piacevole da animale da caccia di fronte alla preda, una gazzella sgozzata e ancora calda, le zampe, il manto, gli occhi liquidi. La coda e il pelo irti per l’eccitazione e la paura, un horror vacui di dimensioni galattiche, lo stupore del mostro. Cadde per terra come una bestia esausta, la bava dell’ira furibonda agli angoli delle labbra e in bocca il sapore dolciastro e molle della vendetta. Svenne forse, perse conoscenza. Fu il suono delle sirene a risvegliarlo all’alba. Sui giornali avrebbero scritto: Delitto Passionale.

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