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Calura

I racconti dell'estate di Francesca Palumbo

Pubblicato in De-liberatamente il 04/08/2014 da Francesca Palumbo
Ma un caldo così erano anni che non lo si sentiva. Anche Bernacca l’ha detto alla TV. Mamma mia! E mo’ dove vado io che la 500 si è scassata? De-fi-ni-ti-va-men-te.
Un ferragosto più sfigato non mi poteva capitare. Pure da scapolo poi, che almeno io e la mia bella, ci mettevamo coi piedi nel catino d’acqua fresca e pure con l’anta del frigorifero aperto a prendere aria, tutti e due in costume da bagno a darci i bacini e poi chissà, facevamo pure il nudismo…
Ecco cosa mi tocca invece, solo come un brufolo secco al centro della fronte, mi spremo e non esce niente, neanche un’idea, un’intuizione, una ipotesi di salvezza per idratarmi la testa e rinfrescarmi le idee.
Ma poi mi dico, vabbè, mettiamo pure che la 500 mi partiva, e che non ero solo, magari padre di famiglia con la moglie grassa e 4 marmocchi forsennati da portare al mare, tutti accatastati nella macchina ad urlare e strepitare, che non si sente altro che il loro vociare insopportabile e il sudore di mia moglie mischiato all’odore di cipolla delle braciole alla genovese preparate per il pranzo domenicale. Già mi vedo, con consorte e mocciosetti (magari anche la suocera) mentre siamo da ore intrappolati nella coda interminabile di un infernale mezzogiorno sulla tangenziale che ci porterà all’unica spiaggia vicina, quella dove oggi, tutti ma proprio tutti, stanno andando, alla faccia mia.
Un mare che è un tappeto umano fatto di piscia di bambini e sudore delle madri, i tavolini apribili sulla sabbia con tutto il set da picnic, i frigo termos sistemati sotto gli ombrelloni, la pasta al forno, le posate di plastica, il caffè già zuccherato, le percoche mosce a macerare nel vino rosso.
Un delirio, lo schiamazzo, un girone infernale, il bagnino che implora mille madonne, io che torno a gambe levate verso la mia 500 e abbandono moglie, suocera e figli per scappare via lontano.

Intanto un piccione è entrato dalla mia finestra e mi guarda inerme mentre se ne sta appollaiato sul davanzale. Lancia un verso e lo vedo andare via. Va giù in picchiata e si poggia sul bordo della fontana nella piazza a bere.
Questa sì che è un' idea! Sai che c’è? lo seguo! Scendo le scale, vado giù, entro nella fontana e chi se ne frega.
Penso: “Che bello essere scapolo ed essere solo!” Mi scapicollo per la scalinata, apro il portone, inalo anarchia e indipendenza. Un fascio di luce mi inonda di calore, adoro il sole d’agosto, voglio immergermi nella fontana a torso nudo e gridare la mia libertà, voglio cantare “Volare” come Modugno e ridere di felicità.

E porca di una miseria, ho chiuso la porta di casa e ho dimenticato dentro le chiavi...

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