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Per un nuovo immaginario barese

Bari necessita di una rinascita identitaria plurale e collettiva

Pubblicato in Città e avvenire il 19/02/2014 da Leo Palmisano
La parola immagine evoca, in quest’epoca veloce e tutto sommato distratta, lo scorrimento di volti, fatti, avvenimenti, ma non di parole. L’immagine, allora, non è più pensata come il riflesso di una sagoma su una superficie specchiante, fissa, ferma, ma come l’ombra saettante di un qualcosa che nel momento stesso in cui passa o viene catturata da un obiettivo, non c’è più: è altrove. Le società dei social – la nostra compresa – non governano la produzione di immagini, né il loro accatastamento in un contenitore nuovamente definibile quale dovrebbe essere, appunto, l’immaginario collettivo. Se una volta era possibile contornare e territorializzare questo immaginario sapendo che esso si costruiva intorno a flussi di informazioni critiche, prima che di immagini, adesso, negata la critica, resta soltanto l’ammasso delle immagini: tanto simile ai cadaveri ebrei ammonticchiati nei campi nazisti liberati dagli americani. Questa riflessione mi serve per introdurre un argomento a me caro e, per nostra disgrazia, ancora lontano dai temi di questa nascente campagna elettorale barese. Ha, la nostra città, un immaginario proprio, oppure aderisce alla costellazione di sensi comuni televisivi, per definirsi? E, se ce l’ha, chi lo ha costruito, chi lo ha diffuso e chi lo ha smantellato? Devo far ricorso a una coppia comica alla quale sono legato per motivi culturali ed anagrafici, Toti e Tata: lì, in quella verve ironica e demolitoria della baresità diffusa, c’era il germe del nostro immaginario più intelligente, quello capace di sottoporre severamente a critica le categorie astratte dei dominanti della città e di ridicolizzarle davanti a tutti. Questo immaginario, che s’è sedimentato nella mia generazione come un patrimonio senza eguali in Italia, si è rinforzato con Lacapagira, prodotto che rivelava il perverso infittirsi delle trame microcriminali nella città, e con i romanzi di Carofiglio. Dunque, a ragion veduta, qualcosa fino a qualche decennio fa era in nostro possesso come bagaglio semiotico cittadino ed orientava modi di dire, di fare, di ridere e di temere. Adesso non più. Vi sono blandi richiami a un patrimonio nicolaiano, a un’estetica murattiana, a un’enogastronomia barivecchiana, ma manca un manufatto culturale che ridiventi immaginario comune. Non ce la fanno le tante scritture baresi, non ce la fa il cinema, non il teatro dialettale, né la musica, mentre predomina imbattibile una sottocultura costruita altrove ed imposta dalle televisioni e dai social come grande ed unica maschera simbolica dietro la quale si nascondono e soffocano le tante identità culturali locali. Bari, allora, necessita di una rinascita identitaria plurale e collettiva che trovi in un suo modo di criticare l’esistente la cifra della propria identità. Sarà il cinema, la narrativa, la musica? No. Sarà la collaborazione tra ispiratori, creatori, fruitori ed orientatori politici di cultura a forgiare un immaginario nuovo. I germi di questa riscoperta identitaria ci sono, ma il terreno nel quale si muovono è ancora troppo povero perché possano uscire al sole come germogli. Ecco allora che il compito della futura amministrazione dovrà essere, tra gli altri, quello di favorire questa emersione positiva dal buio culturale nel quale versa la città, senza preconcetti ideologici ma con grande stima per chi lavora per dar senso ai nostri immaginari.