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Lo spettacolo del pubblico

"Adoro il Bifest, lo attendo ormai da un anno"

Pubblicato in Città e avvenire il 08/04/2014 da Ferretti
Lo confesso: adoro il BIFEST, lo seguo sin dal suo inizio, lo attendo oramai anno dopo anno come le festività natalizie o pasquali. Cerco di organizzarmi mesi prima con il lavoro per essere libero durante le giornate del festival.
Sono imbarazzato nella scelta degli eventi da seguire. Vorrei possedere il dono dell’ubiquità, ma a volte è il caso che sceglie per me, quando ad esempio non si trovano più biglietti disponibili ed allora vieni traghettato verso un documentario o la rassegna dei cortometraggi.
Mi piace moltissimo seguire anche queste diverse forme espressive dell’arte cinematografica che, altrimenti, non troveremmo mai nelle sale ed in televisione, bene che vada, potrebbero avere dei passaggi su canali secondari e in orari frequentati solo da lupi mannari.
Mi piace l’aria di festa che si respira, l’eccitazione nel vedere comparire all’improvviso un noto attore, un regista, fermarsi tranquillamente a parlare o a prendere un caffè a due passi da te. Ed il fremito che scuote la folla, la curiosità, la voglia di mettersi in mostra, la foto “selfie” con il volto noto.
Il festival muove migliaia di persone, porta intere scolaresche a confrontarsi su temi delicati come la morte, la giustizia, la violenza attraverso la visione dei film, le conversazioni con gli autori, con i registi, gli attori, gli organizzatori, i produttori.
Non capisco alcune polemiche sulla realizzazione del festival a Bari: mi sembra evidente il crescente successo della manifestazione, il costante interessamento del pubblico che riempie tutte le sale, l’alta qualità dell’offerta artistica, la intelligenza di determinate scelte, come quella di dedicare l’attuale rassegna ad un attore straordinario come Gian Maria Volontè.
La sola visione di alcuni dei film di Volontè potrebbe tranquillamente sostituire interi corsi di educazione civica o anche di diritto costituzionale.
E poi c’è lo spettacolo nello spettacolo: il pubblico!
Ho assistito all’incontro con Paolo Sorrentino dopo la proiezione mattutina del suo “La grande bellezza” in un Teatro Petruzzelli colmo di oltre 1400 spettatori alle 9.00 della domenica mattina!
Pubblico che ha tributato con un lungo applauso la conclusione del film e, dopo, l’ingresso in sala del regista.
Sorrentino non è un grande comunicatore, non trasmette immediata empatia con il pubblico nonostante la sua origine napoletana e, inoltre, come da lui ammesso, era ancora piuttosto assonnato .. forse gli piace la vita notturna come la sua creatura Jep Gambardella.
Il giornalista che lo intervistava era molto bravo, molto appassionato, grande conoscitore di cinema e, soprattutto, delle opere di Sorrentino per cui le sue domande hanno abbracciato tutta l’opera, esaminato vari profili e Sorrentino ha svolto il suo compito con apparente diligenza ma poca verve.
Quindi, dopo 45’ di intervista del professionista, la domanda fatale: “Qualcuno del pubblico vuole fare delle domande?”.
Brivido in platea, simultanea raffica di mani alzate - che dico? - protese verso il cielo: le due povere ragazze addette in sala hanno dovuto faticare non poco per schizzare da una parte all’altra per porgere il microfono al trionfante spettatore che, impossessatosene, poteva colloquiare con il premio Oscar che era lì, in carne ed ossa, a sua disposizione.
I più timorosi si sono rivolti con timidezza e garbo, dandogli del Lei, chiamandolo “Maestro”, ma per molti era già diventato l’amico “Paolo” e non hanno avuto alcuna remora a dargli del tu.
Vasto e variegato il ventaglio delle domande che caratterizzavano peraltro lo spettatore:
modello intellettuale, molto colto e che deve dimostrare la sua cultura e superiorità in ogni contesto: “ritengo che lei abbia guardato a Virginia Wolf nel tratteggiare il personaggio di Jep Gambardella”;
l’ipercritico: “il film è bello, ma descrive una Roma irreale, priva di traffico”;
l’innamorato pazzo: “il film è bellissimo, non mi ha fatto allontanare neanche un attimo, neanche per andare alla toilette!”;
quello che ricerca sempre le emozioni: “sul piano emozionale che differenza c’è tra scrivere un libro e girare un film?”;
l’onesto: “il film è pessimista, Gambardella non riesce a riprendere a scrivere” – “Guardi che invece nel finale Jep inizia a scrivere il suo secondo libro” – “Allora non ho capito niente io del film”;
il perfezionista: “film bellissimo, ma io il film lo avrei fatto finire con il bla bla bla ..”;
quella bravissima che si becca il plauso del regista per la sua riflessione diventando rosso peperone: “Jep è un uomo che sa di sbagliare ma persevera nell’errore, non sa tornare indietro..”;
il presenzialista, quello che deve fare domande ad ogni costo, evitato per un po’ di tempo dalle signorine porta microfoni, riesce ad impossessarsene e chiede al regista se sia giusto che sino ad allora non gli hanno fatto fare la domanda.
Il regista, in effetti, a queste domande inizia un dialogo interessante e serrato con gli spettatori, tenendo “botta” anche alle domande più insidiose.
Ad un certo punto si alza dal suo posto in platea un ragazzo, avrà circa vent’anni, aspetto tipico da intellettuale progressista, capello lungo, barba accuratamente incolta, cappello di lana in testa, jeans e maglietta:
“Maestro, avrei due domande: la prima è come è stato dirigere Sean Penn? E la seconda: ho qui un copione scritto da me, potrebbe leggerlo?”.
La seconda domanda scatena la ola del pubblico: non c’è niente di meglio del sogno che si realizza, della speranza di un giovane che con coraggio ed incoscienza si gioca una possibilità, potrebbe essere ad un tiro di schioppo dalla fortuna.
La fortuna, si sa, è cieca.
Buon Bifest a tutti

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