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Welfare community metropolitano, a Bari si può

E' possibile ricucire dentro la città un senso di comunità grazie alle risorse umane disponibili

Pubblicato in Città e avvenire il 04/02/2014 da Leo Palmisano
Idealisticamente, soltanto gl’illusi e i cialtroni possono pensare di uscire dalla crisi senza una scossa all’intero sistema dei consumi di beni e di servizi. Un sistema che, si badi bene, ci comprende tutti ma mai allo stesso modo. Il complesso metropolitano barese ha delle peculiarità che lo fanno assomigliare sempre più ad un universo in pieno declino produttivo. Si appalesa un feudalesimo sociale di ritorno: nell’abbottonatura dei ceti ricchi improduttivi dentro le dorate roccaforti della rendita immobiliare e finanziaria (case, ville, movimenti di denaro, consumi d’élite); nella caduta libera delle imprese commerciali nell’inferno della chiusura o dell’usura (il murattiano ne è un esempio); nella regressione culturale di fasce giovani e meno giovani di popolazione. Questi tre aspetti negano la democrazia cittadina ma non riescono per fortuna a ridicolizzare la possibilità di far fiorire un welfare meno confermativo e più generativo. Infatti, le più recenti indagini sulla città rivelano un diffuso e crescente desiderio di fare che talvolta si concreta in atti positivi di socialità orizzontale di gruppo. Se potessimo – come si può – mettere tutto questo dentro un sistema avremmo costruito il nostro impianto di welfare community metropolitano. Possiamo farlo, per esempio, recuperando risorse dagli evasori, dai ceti meno produttivi e meno inclini alla spesa in loco, dai criminali, per aprire spazi e sostenere finanziariamente servizi adeguati a rispondere ai bisogni complessi di una città complessa. In ogni caso, anche in assenza di risorse spendibili nell’immediato è possibile ricucire dentro la città un senso di comunità grazie alle risorse umane disponibili. Si tratta di portare a sintesi pratica il desiderio di occuparsi realisticamente del bene comune dei cittadini e delle cittadine offrendo loro: 1) spazi attrezzati; 2) libertà d’iniziativa; 3) condivisione progettuale; 4) responsabilità gestionale. Quattro punti nei quali, per esempio, si aprono delle prospettive per la Caserma Rossani: di socialità dentro un quartiere, Carrassi, che non vuole morire. Ma non basta. Diventa necessario trovare una risposta di welfare che generi servizi, lavoro e identità comunitarie e culturali dialoganti, in un produttivo sforzo di socialità orizzontale. Questa tendenza è già presente altrove, in piccoli e grandi territori dove la cittadinanza si attiva nella rilevazione del bisogno sociale, nella progettazione collettiva del suo soddisfacimento e nella gestione di una porzione delle risposte in forma volontaristica, cooperativa e associativa: con la produzione di nuovo lavoro, nuova cultura, nuova identità e perfino profitto. Questo, a Bari, si può e si deve fare con una spesa minima e con tanta forza di volontà, facendo leva sullo spirito che accompagna il desiderio di rinascita di una bella porzione di città. Tutto ciò consentirebbe di ritessere relazioni assopite e di inventarne di nuove facendo le cose dentro una cornice di valori costruita insieme, quindi condivisa, per evitare che si producano quei conflitti sociali che la crisi inasprisce artificiosamente a vantaggio degli apparati securitari privati. Ecco, allora, la soluzione autorevole per il futuro di una città che non vive di sola manifattura o di solo commercio, ma che può tenere dentro tutto se ciascuno sente di dover destinare un pezzo di sé alla cura dell’altro e della comunità. Il ruolo dell’Istituzione è quello di individuare le modalità e gli spazi, rilevando la stratificazione dei bisogni dove sono e dove ancora non vengono sentiti come tali. La risposta orizzontale è sempre generativa di lavoro, figuriamoci se accompagnata e in qualche misura coordinata da rappresentanti credibili, competenti, intelligenti e affettuosi.

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