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Una risposta alla criminalità nel vuoto (urbano) che non possiamo accettare

Pubblicato in Città e avvenire il 03/09/2014 da Titti De Simone
Nel tessuto della città esistono degli spazi che non sono rappresentati dalle persone che li vivono, dagli abitanti del quartiere e dagli altri cittadini. Che uso si fa di questi spazi non utilizzati che si trovano in condizioni di abbandono? Come possiamo metterli al servizio di una strategia di rigenerazione di aree urbane che necessitano di interventi costanti di riqualificazione a causa della crisi produttiva, di integrazione, servizi, sicurezza, come il quartiere Liberta? Quale sinergia possiamo stabilire fra gli spazi in disuso e la necessità di attivare forme di partecipazione al governo della città, e sviluppare maggiore senso civico? Non vi è dubbio che per sfuggire alla morsa delle mille emergenze sociali con cui facciamo i conti come amministratori e come cittadini ogni giorno, è necessario avviare alcuni processi di sperimentazione di nuove forme di organizzazione dello spazio pubblico, dove è possibile costruire in modo collettivo pratiche urbane di gestione dei conflitti in aree di marginalità fisica o sociale, processi di auto-organizzazione e auto-costruzione della vita, di nuovi intrecci di solidarietà, nuovi legami sociali, microcomunità in formazione o sviluppo. Il riemergere di fenomeni di criminalità all’ordine del giorno, nelle periferie urbane, ma anche nei “corridoi” multietnici della città, dominati prevalentemente dalla mafia locale, credo che rendano questa riflessione ancora più urgente. A Bari, alcune cose si stanno muovendo da tempo. Già nei mesi scorsi: con l’avvio di alcune sperimentazioni sul riuso sociale di spazi non utilizzati, attraverso il protocollo con i ricercatori di Pop Hub,(www.pophub.it), che mappano il territorio individuando immobili e aree pubbliche in abbandono, e provando ad aggregare altri soggetti sul territorio, per mutuare esperienze italiane ed europee di recupero collettivo di questi luoghi. Ma anche attraverso il rapporto di cura, di affidamento e dunque di responsabilità condivisa di questi beni con la cittadinanza, come si è cominciato a fare con l’istituzione della Casa delle donne del Mediterraneo a Madonella, ed il protocollo firmato con Gli Stati generali delle donne, per la costruzione di una nuova “governance” dal basso, in grado di rappresentare in modo più articolato il territorio ed i suoi bisogni. Esperienze pilota che sono state accompagnate da una simbolica riapertura di spazi di proprietà del Comune chiusi da tempo. Non solo dunque, il caso della Caserma Rossani, che pur ha impegnato e continua ad impegnare l’amministrazione nella definizione di un percorso nuovo, di sperimentazione e autogoverno, ma una più vasta e capillare riconsegna alla cittadinanza, meglio sarebbe dire “presa in carico”, di spazi pubblici inutilizzati o sottoutilizzati, che potrebbero invece accogliere molti dei bisogni e delle necessità di governo del territorio, di cultura, servizi, socialità. Così ex cinema, giardini, palestre e centri sportivi abbandonati, ex mercati, in una città che ha fame di socializzazione e di servizi alla persona.
A Bologna, è stato approvato mesi fa un regolamento sull’uso condiviso dei beni comuni, che stabilisce un nuovo patto di collaborazione fra cittadini e amministrazione, proprio per il recupero di spazi come quelli citati. Penso da tempo, che questa esperienza possa mutuarsi anche a Bari, non solo con la scrittura di un nuovo regolamento, ma soprattutto attraverso la messa in campo di pratiche nuove, che come è stato fatto a Bologna, con la collaborazione di associazioni e comitati, individuino alcuni progetti pilota: sotto le due Torri si è partiti dal Quartiere storico di Santo Stefano, dove si sviluppa un’area molto preziosa dal punto di vista storico artistico, animata da forti energie civiche: si tratta di un quadrato di territorio in cui sono inclusi l’ultima residenza del professore Giosuè Carducci, il Museo del Risorgimento, la Biblioteca Nazionale delle Donne, il Complesso di Santa Cristina, la sede del Dipartimento di Arti Visive dell’Università di Bologna e la casa museo di Giorgio Morandi. Sul territorio si sono attivati n gruppo di cittadini, un’associazione di migranti, un gruppo di avvocati desiderosi di darsi da fare per riportare il decoro in città, in particolare in riferimento ai graffiti, il Centro delle Donne, un Centro Sociale, alcuni residenti e commercianti, rappresentanti delle scuole del quartiere, un gruppo di adolescenti del territorio e il servizio del quartiere che si occupa di educazione. Dopo il percorso di coinvolgimento e facilitazione svoltosi nel contesto del progetto, i cittadini hanno elaborato alcune idee progettuali relative al decoro urbano, alla gestione dei giardini e anche alcune azioni relative alla sensibilizzazione dei residenti e all’educazione degli studenti delle scuole del territorio di diverso ordine e grado. Penso che un percorso del genere, si potrebbe fare per il quartiere Libertà, coinvolgendo il Mercato, l’ex Manifattura, il giardino Bucci, i commercianti di via Manzoni, le scuole e le associazioni che operano nel territorio. Una risposta che prima di pensare dall’alto, a come riempire i “contenitori” attualmente sottoutilizzati, come l’ex Manifattura, provi a ridisegnare una centralità urbana, a includere, a dare risposte di cittadinanza. Ecco, possiamo provarci, amministratori e cittadini insieme, proprio perché non possiamo accettare che nella nostra città muoiano altri Flori Mesuti.