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#Bifest2019, Paola Cortellesi conquista il teatro Petruzzelli. VIDEO

L'attrice romana ha raccontato la genesi di “Come un gatto in tangenziale”, proiettato prima dell’incontro, ma anche del suo ultimo film “Ma che ci dice il cervello” e di come è arrivata a diventare una delle attrici più amate

Pubblicato in Bifest2019 il 28/04/2019 da Redazione

Paola Cortellesi è stata protagonista della prima, affollatissima Masterclass del Bifest 2019 al Teatro Petruzzelli durante la quale ha raccontato la genesi di “Come un gatto in tangenziale”, proiettato prima dell’incontro, ma anche del suo ultimo film “Ma che ci dice il cervello” e di come è arrivata a diventare una delle attrici più amate e di maggior successo del recente cinema italiano.

 “Un premio intitolato a Fellini, consegnato su un palco prestigioso come questo e con una tale motivazione: vabbè, io ora vi saluto e me ne vado a casa!”. Ha esordito così, con la sua proverbiale ironia, Paola Cortellesi, prima protagonista delle Masterclass del Bifest in un Teatro Petruzzelli totalmente gremito, con diversi spettatori che non sono riusciti ad accedervi. Il Federico Fellini Platinum Award le è stato consegnato dal Direttore Felice Laudadio, eccezionalmente al mattino dovendo l’attrice lasciare oggi stesso Bari per motivi di lavoro. Ma c’è stato ugualmente il tempo per intrattenersi a rispondere alle domande del regista David Grieco e di quelle del pubblico, al termine della proiezione di  Come un gatto in tangenziale”, uno dei film che hanno incoronato l’attrice come “regina del box office” (un grande successo si è rivelato anche il suo ultimo film attualmente sugli schermi, “Ma cosa ci dice il cervello”).

 Proprio dal film interpretato accanto ad Antonio Albanese è iniziata la conversazione, ovvero dagli spunti che hanno ispirato la commedia che racconta l’incontro/scontro tra un intellettuale borghese della “Roma bene” e una giovane madre della periferia romana più complessa e degradata.

“Il film è nato da una esperienza personale che ha visto me e mio marito, il regista Riccardo Milani alle prese, alcuni anni fa, con una storia tra la seconda figlia del suo primo matrimonio e un ragazzo del quartiere Bastogi, un quartiere di Roma molto duro con un’alta presenza di criminalità. Con Riccardo eravamo inizialmente un po’ preoccupati poi abbiamo capito che stavamo discriminando luoghi e persone. Anche i genitori del ragazzo erano diffidenti, poi ci siamo conosciuti ed è andata molto bene. Da questo pensiero è nata l’idea del film. In quanto al mio personaggio l’ho scritto sulla base di persone vere, è la somma di tante donne che ho conosciuto, anche le mamme delle mie compagne di quando vivevo in periferia. Quello utilizzato nel film è un linguaggio che conosco, non ho avuto alcuna difficoltà a replicarlo.”

Sono temi importanti, quelli trattati in “Come un gatto in tangenziale” come pure quelli di “Ma che ci dice il cervello” che, sotto la scorza della commedia, tratta della crescente aggressività presente nella società di oggi e della delegittimazione delle competenze.

“Siamo nel solco della commedia all’italiana” ha osservato l’attrice. “A me piace il cinema comico e ho fatto anche diversi film comici ma la commedia offre la possibilità di affrontare anche aspetti tragici, le miserie, l’ignoranza, di parlare del reale ma con ironia. La commedia sociale ti lascia ironizzare sulle cose, il che non significa essere superficiali. Parlare di cose brutte con ironia è difficile, quando ci riusciamo è importante perché il pubblico ride, si diverte ma ha anche spunti per dialogare. È bello fare un cinema popolare e nello stesso tempo utilizzarlo come un cavallo di Troia per veicolare certi contenuti. Certo, poi c’è Checco Zalone che è bravissimo, invece, a unire cinema comico e commedia, a fare ridere di pancia e nello stesso tempo fare un’analisi sociale, che lo spettatore può ritrovare se va in profondità. Lui sì che accontenta tutti.”

 Sulla scelta di intraprendere la carriera di attrice: “Sono sempre stata una persona molto curiosa cui piace fare cose molto diverse. Da giovanissima, avevo la possibilità di diventare una cantante ma avrei dovuto scegliere un solo genere mentre fare l’attrice consente di fare tutto, di vivere tante vite. In quanto al cinema, all’inizio della mia carriera facevo molta televisione e mi dicevano che per il cinema ero troppo televisiva. Poi ho fatto tanto teatro e mi dicevano che ero troppo teatrale per il cinema. Quando ho cominciato a fare cinema ho pensato quindi non tanto di giocare sulla fisicità ma sul registro, quello dell’umorismo, che storicamente è sempre stato prerogativa degli attori uomini, Monica Vitti è stata una felice eccezione”.

“Oggi ho la possibilità di essere una protagonista: sono grata ai produttori per questo ma devo dire che il varco me lo sono aperta da sola, con la mia ‘tigna’ e il mio team con cui lavoro alle sceneggiature. Spero che in futuro le donne non debbano essere ostinate come lo sono stata io per raggiungere questo obiettivo”.