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#Bifest2018, al Petruzzelli un incontro sulla lotta alla criminalità

Felice Laudadio, Margarethe Von Trotta, Gianrico Carofiglio, Giancarlo De Cataldo e Michele Emiliano hanno dialogato dopo la proiezione del film 'Il lungo silenzio'

Pubblicato in Bifest2018 il 26/04/2018 da Redazione

La proiezione della versione restaurata di “Il lungo silenzio”, diretto da Margarethe von Trotta stamattina al Teatro Petruzzelli ha preceduto un incontro cui hanno preso parte, oltre alla regista, il direttore del Bif&st Felice Laudadio, che del film fu autore e produttore, e i magistrati o ex magistrati Michele Emiliano, Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo.

 

Nel 1992, all’indomani degli omicidi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e degli uomini delle loro scorte, Felice Laudadio, da sceneggiatore e produttore, e Margarethe von Trotta da regista, decisero di reagire al loro sgomento con il cinema (“l’unica cosa che potevamo fare”, ricorda l’autrice di “Anni di piombo”). Ne nacque un film, “Il lungo silenzio”, che stamattina è stato riproposto al Teatro Petruzzelli in versione restaurata prima di un incontro cui hanno preso parte, oltre a Laudadio e von Trotta – oggi rispettivamente direttore e presidente del Bif&st - due ex magistrati e un magistrato in servizio, tutti e tre pugliesi e legati in modi diversi a questa edizione del Festival: Michele Emiliano, Governatore della Regione Puglia, Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo, rispettivamente presidente della Giuria del Panorama Internazionale e della sezione ItaliaFilmFest.

 

 Se il film intendeva riflettere sulle condizioni di vita nelle quali erano costretti all’epoca (ma in parte ancora oggi) i magistrati e le loro mogli o compagne, costantemente e strettamente sotto scorta, il tema è stato riproposto nell’incontro moderato dallo stesso Laudadio, alla luce delle esperienze dei partecipanti.

 

 Gianrico Carofiglio, che è stato Procuratore Antimafia a Foggia e poi a Bari, la sua città, ha vissuto sotto scorta per cinque anni e ricorda come fossero in pochi, allora, ad avere protezione per le indagini che stavano conducendo: “Il fenomeno delle minacce ai magistrati fu sottovalutato per troppo tempo eppure bisognava capire da subito che uccidere chi si occupava di criminalità organizzata era una prospettiva sensata, da parte di chi ordinava gli omicidi, in quanto difficilmente il giudice colpito sarebbe stato sostituito con colleghi dalle stesse esperienze e conoscenze. Oggi molto è cambiato perché c’è stata una spersonalizzazione delle indagini, per cui non esistono più bersagli efficaci, non ha più senso uccidere un singolo magistrato. E poi non dimentichiamo che tutti coloro che quegli omicidi li hanno ordinati o commessi sono tutti in galera, perché il contrasto al fenomeno è stato efficace e i magistrati, nel tempo, si sono dotati di strumenti culturali e giuridici che gli hanno consentito di ottenere enormi risultati.”

 

 

 

Anche Michele Emiliano ha vissuto sotto scorta, per ben 12 anni: “Tutto iniziò con l’omicidio del magistrato, già politico, Cesare Terranova che, ai tempi, era in procinto di diventare Giudice Istruttore a Palermo e che aveva soltanto un uomo a occuparsi della sua sicurezza. Da lì si passò a un programma di protezione più incisivo ma devo dire che all’inizio venivamo dotati di automobili inadeguate allo scopo, non potevano neppure superare gli 80 chilometri all’ora e avevano blindature meno efficaci. Io ricordo che quando stavamo facendo le indagini sulla Sacra Corona Unita, più che paura sentivamo la voglia di sfidare i criminali. Non ho mai sofferto la mia condizione perché la causa che portavamo avanti era giusta. E voglio sottolineare come tante altre categorie correvano rischi e hanno pagato il loro lavoro con la vita, dagli stessi poliziotti a tanti giornalisti.”

 

 Giancarlo De Cataldo non ha mai avuto una scorta, anche se da Giudice alla Corte d'Assise di Roma si è occupato della cosiddetta Banda della Magliana e ha così commentato il film: “Il lungo silenzio è un un’opera calda e intensa che racconta un Paese che non c’è più, non solo iconicamente, per la presenza dei primissimi cellulari, della cabine telefoniche, dei computer antidiluviani e i televisori con il tubo catodico. Ma anche perché, all’epoca, un magistrato colpito suscitava indignazione, provocava una forte reazione da parte della società civile, si facevano le fiaccolate cui partecipavano centinaia di persone. Oggi abbiamo una perdita di tensione e una catastrofe culturale che si è abbattuta sulla figura del magistrato, che un tempo veniva difeso almeno da una parte politica e ora è oggetto di accuse da parte di tutti. Dire ‘magistrato’, oggi, sembra quasi una parolaccia”.


Prima di girare il film, Margarethe von Trotta volle incontrare diverse mogli e compagne delle vittime di mafia raccogliendo le loro commoventi testimonianze. Tra loro anche la moglie di Cesare Terranova, Giovanna, la cui lettera-testamento del marito, con pochissime modifiche, è stata inserita in “Il lungo silenzio” come rivolta dal magistrato interpretato da Jacques Perrin alla moglie Carla Gravina.

 



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