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'I miei giorni a Cape Canaveral': il racconto del professor Giorgio Mori, in missione al centro spaziale NASA

Il professore associato dell'università di Foggia ha lavorato nel centro NASA per studiare la molecola ‘Irisina’.

Pubblicato in Sviluppo e Lavoro il 11/04/2018 da Redazione

“Siamo arrivati al Kennedy Space Center (KSC) lunedì 26 marzo. Il centro è immerso in una riserva naturalistica che mantiene intatte le caratteristiche dell’ambiente, avendo conservato la maggior parte della vegetazione e delle specie animali originarie. Perlustrando in auto la riserva abbiamo subito notato la presenza di numerosissimi uccelli tra cui rapaci e pellicani, ma soprattutto nei canali paralleli alla strada nuotavano senza scomporsi degli alligatori”.

Comincia così il racconto del professor Giorgio Mori, associato di Malattie ondostomatologiche al Dipartimento di Medicina clinica e sperimentale dell'Università di Foggia, in missione al centro spaziale NASA ‘Cape Canaveral’ per studiare la molecola ‘Irisina’.

“La prima tappa è stata al Badging Office, che ci ha rilasciato il pass per accedere e circolare nel KSC e nella nostra zona di lavoro: l’Industrial Area che accoglie i laboratori della Nasa. Siamo stati subito accolti da un team di guardie del corpo che sarebbero state la nostra guida, nonché riferimento, per tutta la missione. Come attività iniziale, abbiamo seguito un corso di orientamento e sicurezza per capire cosa fare, ma soprattutto cosa non fare e come gestire le eventuali emergenze. Poi finalmente abbiamo avuto accesso ai laboratori. Ad ogni gruppo era stato dedicato uno spazio: le caratteristiche di tutte le apparecchiature scientifiche erano di ottimo livello e ci siamo subito ambientati e messi al lavoro”.

“La notte di sabato 31 marzo ha rappresentato un momento cruciale: a sole 40 ore dal lancio, i nostri esperimenti sono passati alla fase finale e sono stati consegnati ai tecnici NASA per essere inviati nella capsula “Dragon”. Lunedì 2 aprile, alle 16.30 ora locale, noi ricercatori eravamo riuniti sul prato poco distante dalla rampa di lancio del razzo “Falcon” che sarebbe decollato a breve. Abbiamo assistito in diretta tra rombi e fumi, come di fuochi d’artificio, al lancio della capsula che conteneva il nostro lavoro. Renderci conto, osservando il cielo, che quello che era stato tra le nostre mani fino a poco prima stava lasciando la terra per raggiungere lo spazio, è stata un’emozione travolgente”.



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