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Schizofrenia, la scoperta dei ricercatori baresi: 'Disfunzioni nel cervello quando i pazienti provano emozioni'

Il flusso anomalo di informazioni tra due aree del cervello potrebbe essere considerato una caratteristica cruciale della patologia

Pubblicato in Salute il 13/10/2017 da Redazione

Le ricerche condotte dal Gruppo di Neuroscienze Psichiatriche dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, hanno dimostrato tramite risonanza magnetica funzionale che il funzionamento del cervello di pazienti con schizofrenia è determinato geneticamente e presenta delle disfunzioni mentre si provano le emozioni.

La ricerca a  cui hanno partecipato i professori Alessandro Bertolino e Giuseppe Blasi e la dottoressa Tiziana Quarto dimostra che, in pazienti con schizofrenia e nei loro fratelli non affetti da questa patologia e del tutto sani, esiste un anomalo flusso di informazioni tra due aree del cervello che sono attive quando si provano emozioni, cioè  l’amigdala e la corteccia prefrontale. In particolare, l’amigdala, regione primordiale, collegata alle emozioni più basiche e primarie, in questi soggetti non invia normalmente informazioni alla corteccia prefrontale, che dovrebbe svolgere un’elaborazione secondaria e più cognitiva dello stimolo emotivo.

Tali risultati suggeriscono che questo anomalo flusso di informazioni fra amigdala e corteccia prefrontale che si presenta quando si provano emozioni potrebbe essere considerato una caratteristica cruciale della schizofrenia, in quanto presente in soggetti che non ne sono affetti, ma che presentano una minima predisposizione genetica per il disturbo.

Negli ultimi anni, le neuroscienze psichiatriche si sono focalizzate molto sulla determinazione di indicatori biologici cerebrali della schizofrenia che potessero dare conto delle disfunzioni che tali pazienti riportano a livello emotivo, ma i risultati sono stati spesso contrastanti e non soddisfacenti.

Per la prima volta, questo studio non ha indagato l’attività o la semplice connettività tra regioni, ma si è focalizzato sulle dinamiche direzionali del flusso di informazioni nei pazienti e nelle popolazioni a possibile rischio, somministrando diversi compiti emotivi. Questo approccio è stato vincente e la specificità di tale anomalia potrebbe spiegarne la difficile individuazione.



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