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Bari, la sua identità, il mondo e l'avvenire

Sapremo essere protagonisti autorevoli della nuova era?

Pubblicato in Città e avvenire il 07/01/2014 da Leo Palmisano

Soltanto pochi anni fa Anthony Giddens ci diceva che le più salde società tradizionali non contemplavano il concetto di rischio o di evento fortuito, perché rivolte al passato, con la testa piegata all’indietro, gli occhi a guardare la vita che era stata e la mente a spaziare nella ricerca di un motivo di remota grandezza sul quale edificare retoricamente la propria sorte benevola o malevola. Le cose sono cambiare, da allora, ma se vogliamo Bari vive un po’ così: come un animale collettivo che svicola dal presente cercando nel suo passato qualche forma di auto-legittimazione. Questa affannosa ricerca che altrove scopre in grandi momenti della storia sentimenti unificanti (si pensi alla Torino dell’Unità d’Italia, alla Venezia dei Dogi, alla Napoli borbonica), a Bari, però, non vede tutti concordi e dunque provoca inutili dibattiti. È un po’ come se la Storia giocasse a nascondino con noi, seminando tracce confuse della sua presenza. Eppure, a guardare la città più da vicino e anche più da lontano, ci rendiamo conto che strato dopo strato, epoca dopo epoca, quel che ci ha contraddistinto è l’essere stati un meticcio avamposto di civiltà che ha saputo giocare con la mediazione la propria sopravvivenza nelle diverse ere. Sotto la città giacciono i segni di epoche lontane, di società preistoriche, di religiosità defunte, di modi di stare insieme che forse, ancora, ci portiamo dentro. Sulla superficie della città convivono il medioevo e l’età moderna, la contemporaneità posticcia del secolo breve e quella accelerata del nuovo millennio. Sopra la città stanno le sfere delle stagioni che magicamente determinano la nostra esistenza con il loro alternarsi. Questi elementi dovrebbero essere il tessuto comune sul quale costruire un’idea avanzata del nostro futuro. Quel che voglio dire è che ci manca ancora un tratto originario condiviso (e certo non può bastare San Nicola perché le sue spoglie ci raggiunsero a città costruita da un bel po’), sopra il quale edificare la nostra nuova idea di città. Nello scandaglio di quel che fummo a nessuno può sfuggire il nostro essere stati una cerniera tra il mare Adriatico e l’entroterra; e a soffermarci su questo ruolo (che Mussolini forse aveva intuito quando istituì la Fiera del Levante) ecco che ci si rivela una funzione strategica che trova valore ancora di più in questa nuova epoca che sta esaltando i flussi a discapito degli stagni. Noi non siamo semplicemente dentro un flusso, ma tutta la città è una congerie metropolitana di flussi: di city users, di merci, di idee, di baresi virtualmente socializzati con il resto del mondo (via facebook, via twitter, etc.), di immagini: siamo lo scorrere inconsapevole di noi stessi dentro un circuito che si chiama mondo. E tuttavia di questo nostro essere fluidi siamo poco consapevoli, tanto è vero che cerchiamo appigli inconsistenti (una baresità volgare, lo scimmiottamento provinciale di altri luoghi, etc.) invece di rischiare coraggiosamente il nostro futuro. Mancando di un condiviso e glorificato momento fondativo, manchiamo di un futuro glorificabile e viviamo in un presente indefinito e statico, a volte melmoso, certamente ostico. Ma, fatto uno sforzo di conoscenza, resici conto del nostro ruolo primigenio di città-flusso, ecco che ci si rivela come un’epifania la densità del nostro orgoglio inesplorato e la direzione del rischio che dobbiamo assumerci: sapremo essere protagonisti autorevoli della nuova era, nel legame che ci tiene con il mondo di cui facciamo parte? Non sono interrogativi peregrini, ma direzioni di marcia e strategie, processi collettivi dentro i quali possono ridefinirsi la città e la sua identità, il passato e il futuro: l’avvenire, insomma.



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