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Emergenza profughi in Consiglio Regionale: la relazione del Presidente Introna

La discussione sta caratterizzando la seduta odierna

Pubblicato in Politica il 08/07/2014 da Redazione
La relazione del presidente del Consiglio regionale della Puglia, Onofrio Introna, in apertura della seduta consiliare dedicata all'emergenza profughi.

Colleghi Consiglieri,
Signore e Signori,
è gradito salutare innanzitutto il Sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, che ringraziamo per aver accolto l’invito a rappresentare in quest’Aula la Sua e nostra Taranto.
Il Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, rammaricato, ha comunicato l’impossibilità di portare il suo contributo, perché chiamato a Milano da impegni internazionali legati alla presidenza italiana dell’Unione Europea.
In avvio del confronto sull’emergenza migratoria che impegna l’Italia in una missione umanitaria e coinvolge la nostra Regione, è indispensabile partire dai dati di un fenomeno in rapido incremento, sotto ogni evidenza.
Sono grandi numeri, che si arrestano però davanti ai fatti più dolorosi.
La spietata aritmetica delle vite perdute non avrà mai dati certi. E tuttavia le tragedie che ci è dato conoscere ci parlano di decessi per fame e sete sui battelli, di migliaia di asfissiati, ustionati, annegati.
Ma gli eventi noti sono solo uno specchio di tanti altri drammi ignoti, consumati alle porte dell’Europa.
Le morti in mare stanno trasformando il Mediterraneo in un cimitero: la più grande tomba liquida del pianeta.
Con una decisione che fa onore al nostro Paese, l’Italia ha deciso di affrontare l’emergenza dei viaggi della disperazione nel Canale di Sicilia, impegnando le Forze Armate e tutti i Corpi dello Stato in una missione umanitaria.

Dal 18 ottobre 2013 è stata avviata l’Operazione Mare Nostrum, che ha due obiettivi principali: salvare vite in mare e assicurare alla giustizia quanti speculano sul traffico illegale di migranti (il costo della traversata varia da tremila a cinquemila dollari).
I numeri di Mare Nostrum, forniti dal Ministero dell’Interno, registrano 66.022 migranti giunti dal 1 gennaio al 30 giugno 2014.
Sono dati relativi ad un solo semestre, ma che hanno già superato gli arrivi record dell’anno delle “primavere arabe”: 64.261 immigrati approdati nell’intero 2011. 4.400 nel 2010 e 3.200 nel 2012.
E sono stati poco meno di 43mila nel 2013 (in prevalenza siriani ed eritrei), tra cui più di 3.800 minori non accompagnati.
Mentre le cronache del solo ultimo fine settimana aggiungono altri 2600 salvataggi in mare da parte delle unità della Marina Militare e della Guardia di Finanza, nell’ambito di Mare Nostrum, la Puglia, con il porto di Taranto, sta svolgendo una funzione di scalo “hub”, oltre che di centrale di smistamento, insieme a Lampedusa e alla Sicilia.
• L’11 maggio 2014, la fregata Aliseo è approdata al molo San Cataldo con 383 profughi, sempre siriani in particolare.
• Il 9 giugno, la nave appoggio Etna ha sbarcato 1335 immigrati. Tra loro, 400 nuclei familiari e diversi neonati.
• Il 10 giugno: nave San Giorgio, 1027 profughi, tra cui 115 donne e 141 minorenni.
• L’11 giugno: fregata Bergamini, 294 eritrei (dei quali 152 donne e 48 minori).
• Il 16 giugno: nave San Giorgio, 1205 profughi (927 adulti, 127 donne, 151 minori).
• Il 24 giugno: fregata Zeffiro, 293 siriani ed egiziani, tra loro 8 bambini non accompagnati.
• Il 30 giugno: nave San Giorgio, 1171 profughi. Gli uomini 849, le donne 148, i minorenni 174. Per la metà siriani, 115 pakistani, 112 palestinesi, molti sub-sahariani.
Nel complesso, quasi 5800 arrivi nel porto ionico, in soli 40 giorni!
Prima di essere avviati verso il nord, i profughi sono ospitati temporaneamente in strutture di accoglienza messe a disposizione dal Comune, dalla Caritas e dalle Associazioni di volontariato, oltre che in alcuni alberghi della provincia.
Non sono secondarie, nel corso della permanenza, le preoccupazioni di carattere sanitario, segnalate tra gli altri dal sindaco di Taranto, competente anche per la sua professione medica.
Sul molo San Cataldo, è attivo un presidio medico avanzato.
Pur avendo riscontrato buone condizioni generali di salute nonostante i disagi sofferti, i sanitari hanno accertato alcuni casi di scabbia.
I pazienti sono stati trasferiti per le terapie nel reparto di malattie infettive dell'ospedale tarantino Moscati.
A parte la scabbia, nell’intera platea dei 66mila migranti sono state individuate malattie esantematiche, soprattutto varicella.
Avendo isolato peraltro, 27 casi di tubercolosi, desta apprensione la possibile esposizione dei nostri militari e volontari al bacillo di Koch, responsabile dell’infezione tubercolare, ormai a bassa incidenza nella casistica epidemiologica nazionale.
Il 2 luglio scorso, fonti ufficiali della Marina Militare hanno escluso che la patologia possa essere stata trasmessa al personale italiano. I pochi episodi di positività rilevati qualche giorno fa, a carico di alcuni Carabinieri, segnalano solo il contatto con la malattia. E si aggiunge che un quarto della popolazione italiana risulterebbe positivo, dopotutto, se sottoposto al test.
Ma questo non esclude, anzi rafforza, l’esigenza di insistere nelle misure di prevenzione e di profilassi degli operatori.
Altre considerazioni vengono dalla presenza tra i migranti di donne in stato di gravidanza ed ora anche di neonati.
Se perfino puerpere e lattanti affrontano un’avventura estrema, significa che le condizioni di vita dalle quali i profughi fuggono sono tanto insopportabili da rendere accettabili perfino pericoli gravissimi.
Le incognite del deserto e del mare fanno meno paura dell’inferno che quei disperati si lasciano alle spalle.
Questo ci dice che la migrazione non si fermerà, che i numeri cresceranno, che profitti criminali di chi lucra sul mercato della disperazione spingeranno a speculare ancora sui deboli, sulla povertà e sul terrore.
E dobbiamo convincerci tutti, soprattutto quelli che chiedono di schierare flotte ed armi, che davanti ai migranti non potrà esserci altra risposta se non quella di alto profilo umanitario.
Ma l’Italia da sola non può farcela e la Puglia non può continuare in uno sforzo senza una prospettiva chiara di condivisione di questo straordinario impegno, di collaborazione nazionale e internazionale.
La Puglia e i Pugliesi, con la civiltà e la generosità che caratterizzano da sempre la nostra gente, si è distinta nella lunga epopea migratoria avviata dalla migrazione albanese sulle coste baresi e salentine, nei primi anni Novanta.
Un episodio per tutti. L’8 agosto 1991, la motonave “Vlora” entrò nel porto di Bari, gremita letteralmente da un grappolo umano di 23mila albanesi, aggrappati gli uni sugli altri.
Una scena indimenticabile.
Furono giorni disperati per uno Stato sorpreso. Ventimila donne e uomini ristretti nello stadio. Giornate di confusione, di improvvisazione, di polemiche.
Ma come era accaduto a Brindisi, pochi mesi prima, la solidarietà spontanea dei cittadini ebbe modo di manifestarsi ancora una volta.
Tutti i pugliesi reagirono con grande partecipazione, conferendo viveri, indumenti, generi di conforto, ospitando bambini e intere famiglie .
A quelle ondate, seguirono anni di approdi continui, meno drammatici, ma incessanti e la comunità regionale si distinse in una prova straordinaria di civiltà.
Per lo splendido esempio di solidarietà sociale e nobile spirito di sacrificio, offerto dalla sua comunità, la Regione Puglia ha ottenuto nel 2000, dal Presidente della Repubblica, la medaglia d’oro al valor civile.
Abbiamo accolto chiunque e intendiamo continuare a farlo. Non è forse per questa nostra cultura che la Puglia è definita “Terra d’accoglienza”?
E non è forse vero che in Puglia nessuno è straniero?
Abbiamo però il diritto di sollecitare programmi definiti e una linea di condotta nazionale e comunitaria nei confronti di questa emergenza umanitaria senza fine.
Oggi, aspettiamo riposte dal Paese e dall’Unione Europea. Non soltanto solidarietà, ma una fattiva collaborazione.
Oggi il Consiglio regionale della Puglia svilupperà un dibattito sul problema ed ha chiesto al Ministro dell’Interno un contributo utile ad un confronto costruttivo sul problema.
Abbiamo anche fortemente voluto la presenza simbolica e la testimonianza del sindaco di Taranto, la città pugliese in prima linea.
Allargando lo sguardo all’intera regione, alla rete di centri di accoglienza che sono attivi in Puglia, proprio quanto abbiamo modo di osservare ogni giorno ci porta ad avanzare la richiesta di una riduzione incisiva dei tempi necessari per l’identificazione e gli accertamenti.
Chi ha diritto allo status di profugo se lo veda riconosciuto. Chi è venuto per delinquere, venga respinto, ma le lungaggini burocratiche non possono trasformare i CARA e soprattutto i CIE in campi di detenzione.
L’incalzare degli eventi sollecita un approfondimento responsabile da parte di tutte le Istituzioni.
Siamo orgogliosi dello sforzo che sta impegnando l’intero Sistema Paese. Il coraggio delle scelte italiane dimostra una straordinaria consapevolezza del momento drammatico e della necessità di esercitare ogni sforzo per salvare migliaia di diseredati.
Ma la catena della solidarietà non può fermarsi al mare di Sicilia, a Lampedusa, a Taranto ed ai Pugliesi. Deve arrivare fino al cuore del continente.
Vorremmo smuovere la sensibilità dell’Unione. Servono misure urgenti, programmi efficaci, risorse straordinarie.
L’Europa rispetti il monito di papa Francesco, che nel primo anniversario della sua visita a Lampedusa ha auspicato più generosità e più coraggio da parte dell’Unione.
Oggi, più che mai, tutti gli Europei, a cominciare dai Capi di Stato e dai vertici comunitari, dovrebbero dire: “io sono un migrante”. E agire di conseguenza.
Ma non vorrei chiudere questa introduzione senza contenuti propositivi.
Ribadisco, da una parte, la richiesta che ho rivolto al primo Ministro Renzi, nella nota inviata qualche settimana fa, durante la fase più intensa dei trasferimenti verso il porto di Taranto.
Sarebbe auspicabile – sottolineavo – che il Governo nazionale promuovesse durante il semestre europeo a guida italiana una riunione a Lampedusa o a Taranto, per sensibilizzare l’Europa, per indurla ad osservare da vicino quanto accade nel Mediterraneo. Un modo non solo simbolico ma concreto per scuotere le coscienze di un continente distratto, lontano, troppo a lungo assente, quasi spaventato, chiuso in un egoismo che contrasta in modo stridente con la tradizionale sensibilità dell’Europa nei confronti dei diritti umani. Non siamo a caso la culla del welfare, non abbiamo mai avuto paura di comunicare con il mondo.
E alle Istituzioni comunitarie andrebbe rivolta la proposta di definire, sul salvataggio e l’assistenza ai migranti, norme comuni a tutti i Paesi dell’Unione, per avere un solo atteggiamento, una sola linea di condotta, una sola legge, in tutta Europa, quella della solidarietà e della salvaguardia della vita umana, che va sottratta a tutti i traffici, a tutti i profitti.
La vita dei nostri fratelli e delle nostre sorelle migranti è nelle nostre mani, è appesa alle nostre coscienze.
A tutti noi sono chiesti non atti formali di “carità pelosa”, ma senso di responsabilità a aperure generose, perché questa parte di umanità debole, indifesa, sfortunata, venga messa al riparo da tutti gli egoismi.
In sintesi, il cosiddetto mondo civile, la società evoluta ed opulenta compia una rivoluzione culturale: offra a queste donne, a questi uomini, ai loro bimbi l’opportunità di costruirsi una vita normale, serena, dignitosa.


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