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Una riflessione di Domenico Bellomo sul referendum britannico che ha sconvolto le dinamiche dell'Unione Europea

Pubblicato in Sviluppo Politica il 27/06/2016 da Domenico Bellomo
Domenico Bellomo

Sono le sei di mattina: ascolto le notizie del network internazionali sull'esito del referendum britannico. Come talvolta accade, mi arriva un messaggio di Freeman, ma questa volta non è uno sfottò o una immagine divertente ( anche perché, ma non glielo dico, preferisco gli sfottò di un mio amico che - in preda a crisi allergiche come me - incita entrambi ad un suicidio congiunto ). 
Ebbene Freeman mi dice " ehi Dom, what's up in EU now ? " Eh già, a Chicago sono le 23 e in Italia le 6 quindi tutti sappiamo tutto, ormai.

Cosa succede ? E chi lo sa, soprattutto se a tentare di fornire una specie di " analisi a caldo " è un italiano che conserva un forte legame con un Paese che gli ha dato molto. Devo un attimo spogliarmi di alcuni condizionamenti mentali e poi rispondere a Freeman senza peli sulla lingua.

Intanto abbiamo varcato i confini di una terra incognita: quella che si apre dopo il voto in  Gran Bretagna con la vittoria del  " Leave ". Prima del Trattato di Lisbona, non era nemmeno prevista la possibilità di uscita dall' EU, che ora è contemplata dall'articolo 50, finora mai utilizzato. La sola certezza è che sarà un processo lungo e complesso, di almeno due anni dal momento in cui verrà fatto scattare l'articolo di " addio ". Ma potrebbe durare anche un decennio, se si considerano anche i rapporti post-Brexit da rinegoziare tra GB ed EU: il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, nei giorni precedenti al referendum ha parlato di " 7 anni almeno ", il governo britannico di " un decennio o più ".

Comunque le conseguenze peggiori saranno per l'intera GB, anche se il " Leave " è inglese non britannico: la Gran Bretagna, United Kingdom " Regno Unito " come continuano a chiamarla i britannici con una specie di orgoglio nazional-imperial-popolare, in realtà corre un serio rischio di disgregazione. Basti vedere i risultati e le reazioni in Scozia o Irlanda del Nord o Cornovaglia. 

È stata una scelta inattesa e temuta dalla maggior parte delle autorità europee e mondiali. Certamente è un duro colpo per l’Europa che ne risulta ferita ma non certo sconfitta. Il primo effetto sull’economia reale lo vedremo sugli accordi commerciali. Come ricordato recentemente dal Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, però, l’Italia insieme all’Austria è uno dei paesi meno colpiti dalla Brexit, infatti il nostro interscambio di beni e servizi con la Gran Bretagna è intorno al 3% del Pil. Viceversa ne risentiranno le esportazioni inglesi e la produzione interna, basta pensare ai dazi doganali. Ad esempio la Mini sarà gravata da un 10% in più di tasse e questo la porterà fuori mercato o ridurrà il guadagno del produttore o si potrebbe ipotizzare un trasferimento di stabilimento fuori dalla GB. Problemi anche per le compagnie low cost, come Easy jet, per i nuovi costi aeroportuali. Maggiori effetti negativi saranno invece proprio sui nostri giovani, la presenza di studenti e giovani lavoratori italiani in Gran Bretagna è veramente importante, venire considerati come extra-europei sarà fortemente penalizzante.

Due dati sociologici curiosi. Primo: per i ceti deboli, quelli che hanno creduto alle promesse del fronte del Leave, che ne sta amaramente e giustamente pagando le conseguenze, si prospetta una fase ancora più dura. Uscire dalla EU significa per loro rinunciare anche ai requisiti minimi di protezione sociale sul lavoro che in Gran Bretagna prima non c’erano. Secondo: uno dei cavalli di battaglia dei Leave era la chiusura al flusso annuo di 330.000 immigrati verso la Gran Bretagna, però a votare per l’uscita dalla EU sono state soprattutto quelle regioni in cui la presenza di immigrati è inferiore. Erano invece favorevoli alla permanenza in EU i luoghi con maggior presenza di stranieri, dove sono state evidentemente apprezzate le positività dell’integrazione razziale.

Nell’immediato credo però che le conseguenze peggiori della Brexit le subirà proprio il Regno Unito con una sterlina che, nel giro di poche ore, è tornata a svalutarsi a livello di circa trenta anni fa e alle prese con un processo di revisione profonda degli accordi commerciali con il resto dell’Europa. Le reazioni sui mercati finanziari sono state ovviamente violente come succede sempre di fronte ad eventi inattesi e non desiderati, ricordo infatti che fino a tarda notte i sondaggi e gli exit pool davano in vantaggio il Remain, per cui nei giorni scorsi i grandi investitori si erano fortemente sbilanciati per il mantenimento del Regno Unito in Europa. Un impatto importante si avrà sia sulle quotazione delle azioni bancarie sia sullo spread dei titoli periferici, ma la presenza e di azioni concordate e potenti delle banche centrali sarà determinante per limitare lo choc provocato dal Brexit.

Dopo questo voto ci sono le condizioni per uno scenario di avversione al rischio nel breve termine che porterà forte volatilità sui mercati, fase che richiederà calma e sangue freddo. La maggiore preoccupazione sta però negli effetti emulativi del referendum; in effetti la Gran Bretagna potrebbe rappresentare un modello di uscita dall’Unione. Altri Paesi potrebbero seguire, come più volte ribadito da molti partiti populisti europei, la via dell’uscita. Sarebbe un grave errore se l’Unione Europea provasse ad andare avanti come se nulla fosse accaduto, spero che si veda nell’uscita del Regno Unito un’occasione di profonda riflessione volta a migliorare e rafforzare un’unione a questo punto a 27 Paesi, auspicando una vera unione politica e sociale prima che economica, che guardi allo sviluppo coerente e concordato dell'economia, non solo al calibro delle patate o delle zucchine.

Anche perchè, diciamolo pure, la vera domanda da porsi è " ma la Gran Bretagna ha mai voluto davvero essere parte della EU oppure solo cercare di trarne il massimo profitto, con il minor impegno possibile ? " 

Ecco: secondo me l' EU dovrà rispondere a questa domanda che - presto - riguarderà molti altri Paesi europei.



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