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Dolcenera e le alluvioni

Ma quanto questi fenomeni, annoverati tra quelli naturali, sono realmente naturali?

Pubblicato in Luoghi Terra il 23/10/2016 da Gioacchino Francesco Andriani

4 min e 57 secondi di poesia, di suoni magici, ma anche di tragiche atmosfere. Dolcenera  è una canzone del Faber, al secolo Fabrizio De Andrè, e di un altro grande artista, Ivano Fossati. L’album è del 1996, “Anime salve”, l’ultimo di De Andrè; un’opera da custodire gelosamente nel tempo e da ascoltare e riascoltare, senza paura di annoiarsi. Sebbene il testo della canzone sia stato diversamente interpretato, è fuori di ogni dubbio che sullo sfondo c’è l’alluvione di Genova del 7 e 8 ottobre del 1970, con i suoi danni e le sue vittime (35) causate dall’esondazione del Bisagno e del Polcevera (chiara assonanza con Dolcenera), dopo 36 ore di pioggia intensa e persistente, ossia di pioggia eccezionale. Non è l’unico evento che ha funestato Genova nella sua storia; la lista è molto lunga, come quella dei danni, degli sfollati, dei  morti. Ho vissuto a Genova per circa due anni, a cavallo tra il 1993 e il 1994, anno in cui si verificarono, tra il 5 e il 6 novembre, gli straripamenti del Po e del Tanaro con scene apocalittiche, soprattutto, nelle province di Alessandria, Asti e Cuneo. Ero a due passi da quei luoghi per un master post-lauream sulla salvaguardia dell’ambiente e del territorio e neanche a farlo apposta, per puro caso, in quei drammatici giorni mi trovavo a Castelletto d’Orba, ospite per il weekend in casa di amici nell’area collinare dell’Appenino Ligure-Piemontese, a circa 25 km dal centro di Alessandria. Spinto da un sentimento confuso ispirato da senso civico, curiosità scientifica e un po’ di follia, nella tarda mattinata di quella domenica, scesi a valle e mi diressi in auto sotto la pioggia battente ad Alessandria, insieme a due miei amici. Rabbia, dolore, paura, disperazione, rassegnazione, ma anche coraggio, generosità e tenacia rimangono impressi in modo indelebile nella mia memoria. Ma questa è un’altra storia. Era la prima volta, però, che avevo la percezione inequivocabile della forza devastante dell’acqua, cosa che attraverso i miei studi universitari e le mie prime esperienze di campo non ero riuscito mai a comprendere a fondo. Lo scenario catastrofico dettato dalle mie letture si materializzava davanti a me in maniera ancora più sconvolgente.

Una domanda sorgeva spontanea: ma quanto questi fenomeni annoverati tra quelli naturali sono realmente naturali? In altre parole, è vero che le alluvioni sono innescate da eventi di pioggia particolarmente intensi, ma può l’uomo aver reso il territorio più vulnerabile? Gran parte del territorio italiano non è nuovo ad eventi alluvionali o inondazioni; solo dal 1964 al 2013 le inondazioni hanno causato complessivamente 710 morti, 72 dispersi e 847 feriti, non risparmiando nessuna regione (dati IRPI-CNR). Il Piemonte, la Sicilia, la Liguria e la Toscana, in ordine decrescente per danni l.s. subiti, sono le regioni più colpite. Molti di noi ricorderanno l’alluvione di Firenze del 3 e 4 novembre del 1966 o i più recenti eventi catastrofici di Messina (1 ottobre 2009), delle Cinque Terre (25 ottobre 2011) e di Genova (4 novembre 2011), per citarne solo qualcuno. Anche la Puglia non è immune da questo problema; si contano, sempre tra il 1964 e il 2013, 27 morti, 3 dispersi e 74 feriti (dati IRPI-CNR). Il 7 ottobre 2013 a Ginosa hanno perso la vita quattro persone travolte da acqua e fango; più di recente gravi danni per esondazioni nei dintorni di Rodi Garganico (15 luglio 2016), di San Severo (9 settembre 2016) e di Ostuni (villaggio di Rosa Marina, 12 settembre 2016). E sono bastate addirittura poche ore di pioggia per mettere in ginocchio la zona ASI di Molfetta, in parte allagata e inaccessibile dopo un evento che ha registrato circa 96 mm di acqua in 9 ore (16 luglio 2016), non un record per l’area in questione. 

Ma  cerchiamo di capire perché accade tutto questo e perché allo stato attuale è piuttosto complesso intervenire in modo adeguato per arginare tali fenomeni. Innanzitutto, il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici hanno comportato negli ultimi 50 anni in Italia variazioni dei regimi pluviometrici determinati da un generale aumento del numero di eventi estremi, sia per le precipitazioni cadute in 12 e 24 ore sia per quelle di breve periodo (da 10 a 180 minuti), queste ultime curiosamente concentrate nei mesi estivi, quando l’andamento annuale delle precipitazioni presenta un minimo. Ciò ha comportato un incremento di alluvioni improvvise, devastanti e di breve durata che gli anglofoni amano definire con il termine “flash floods”. In termini congrui, in Italia dal 1981 al 2013 la temperatura media è aumentata di circa 1.09°C e contemporaneamente si è verificato un incremento delle precipitazioni di circa il 10% rispetto alla media climatologica (Dati ISPRA). Ma questo non è tutto. Gli effetti sul territorio di questi fenomeni sono amplificati inequivocabilmente dalla mano dell’uomo, che con il suo fare poco rispettoso dell’ambiente e del territorio ha impermeabilizzato i suoli a discapito dei processi di infiltrazione, ostacolato e deviato il naturale deflusso delle acque superficiali, cementificato laddove non era possibile farlo. È mancato negli anni il rispetto della naturale morfologia dei luoghi, forse per mancanza di conoscenza e di competenza specifica in materia di evoluzione morfodinamica, di geologia, di idraulica e di idrogeologia del territorio. È mancata, quindi, una adeguata conoscenza scientifica del fenomeno che, all’indomani di eventi catastrofici, ha comportato, molto spesso, l’adozione di soluzioni tecniche a scarsa vocazione ambientale, realizzate nell’immediatezza dei disastri, non sempre frutto di una pianificazione territoriale razionale e consapevole.

È vero, molto è stato fatto a partire dalla Legge n. 183 del 18 maggio del 1989 (“Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo” – S.O. alla G.U. n. 120 del 25.05.1989), con l’istituzione dell’Autorità di Bacino (AdB) e l’adozione dei Piani di Assetto Idrogeologico (PAI), e più di recente con il Piano di Gestione del Rischio Alluvioni all’art. 6 del D.Lgs/2010 in attuazione della Direttiva Europea 2007/60/CE, ma i piani di intervento mirato devono essere supportati da una politica di interventi economici centrata sui bisogni reali e sulla previsione di rischio.



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