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La cattedrale di Otranto tra misticismo ed esoterismo

Un monumento pugliese tra i più apprezzati al mondo

Pubblicato in Luoghi Mediterraneo il 06/11/2016 da Gianluigi Columbo
Un particolare del mosaico

Immaginando di percorrere la dorsale adriatica dell’Italia, proprio sulla punta del tacco, ci imbattiamo in una città dal sapore antico, intrisa di storia misteri e leggende: Otranto.

La porta d’Oriente
Questo nome deriva dall’essere stata crocevia e meta di scambi fra le popolazioni occidentali e orientali grazie alla sua posizione geografica, facilmente raggiungibile via mare dagli abitanti provenienti anche dall’est.
Questa cittadina, nota in tutto il mondo perché vi fu ambientato  il romanzo capostipite del genere gotico “Il castello di Otranto” dell’inglese Horace Walpole,  presenta uno degli edifici più antichi e maestosi di tutta la Puglia, la cattedrale di Santa Maria Annunziata.
L’edificio si erge imponente in una piazzetta circondata da un dedalo di stradine.
Ciò che ci lascia subito stupiti é il preponderante stile romanico della chiesa, presente nella maggior parte dei santuari pugliesi. Ma c’è una sottile particolarità: la facciata presenta un rosone rinascimentale che richiama lo stile gotico e bizantino, mentre il maestoso portale è barocco, un genere architettonico che ha origini proprio nei pressi della vicina Lecce.
La cattedrale, come la città, è quindi il simbolo ecumenico di diverse culture.
Entrando in chiesa, ci si affaccia sulla navata centrale, costeggiata dalle due laterali.
E’ proprio dall’ingresso che iniziano le meraviglie: ci stupisce lo spettacolare e misterioso pavimento musivo che si dispiega in tutta la sua antica magnificenza.
L’edificio sembra custodire gelosamente questo mosaico con i suoi segreti. Ma vediamo ora il percorso  che ha portato alla sua realizzazione e affrontiamo i misteri che racchiude.
L’opera fu commissionata dal locale arcivescovo Gionata al monaco Pantaleone, forse di origine greca, intorno al 1163-1165 e quindi realizzata durante il regno del re normanno Guglielmo II il Malo.
La figura principale è costituita da un albero. Non uno qualunque, ma il famoso ”Albero della Vita”.
Le sue radici partono dall’ingresso del santuario mentre il tronco si protende sino all’abside, verso l’altare, come se anelasse all’ispirazione divina.
Questa enorme pianta contiene numerosi simboli ermetici.
Si spazia attraverso una serie di animali, fantastici e non, che potrebbero alludere, in chiave cristiana,  rispettivamente ai vizi e alle virtù dell’uomo, mentre secondo una teoria più estrema ed esoterica, potrebbero essere simboli alchemici. Questi ultimi, secondo l’opinione di diversi studiosi odierni, potrebbero essere associati ad alcune bestie e rappresenterebbero le varie parti dell’animo umano come, ad esempio, quella fissa e quella volatile, nel rispetto delle concezioni degli alchimisti dell’epoca.
L’aspetto più singolare dell’opera riguarda in egual misura le figure di Re Artù, della dinastia Merovingia e della “stirpe divina”.
Chiedendo aiuto alla lingua ebraica e ai significati della Kabbalah, immediatamente troviamo un’allusione a Maria di Magdala, cioè Maria Maddalena. La presenza di questo controverso personaggio della cristianità si dedurrebbe dalla presenza della torre di Babele: in ebraico, infatti, “torre” si traduce “magdal”.
Tornando alle radici dell’albero, alla loro base troviamo la raffigurazione di due elefanti che si accoppiano e, straordinariamente, i rami presso i quali sono collocati creano un intreccio a forma di coppa.
Che questo calice alluda al Santo Graal? Oppure si tratta del simbolo della discendenza segreta di Cristo?
A questo scottante tema sembra essere collegata la dinastia Merovingia. La Maddalena sarebbe fuggita in Francia portando in grembo il figlio di Gesù cioè il Sang Real che, secondo alcune leggende, sarebbe poi diventato il primo re appartenente a quella nobile e  antichissima stirpe franca.
Scorrendo lo sguardo sull’albero, poco prima dell’altare, ci si imbatte nella raffigurazione di un personaggio leggendario ed affascinante: Re Artù.
Il sovrano è a cavallo di un caprone e alla sinistra dell’immagine compare una misteriosa iscrizione: “Rex Artus Ursus”.
Il vocabolo “ursus”, non avendo radici nella lingua locale, potrebbe far riferimento alla parola “arth”, “orso” in celtico. Proprio la lingua dei Merovingi.

La storia torna
Alcuni studiosi  hanno ipotizzato un collegamento fra le crociate e il leggendario re a capo dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Infatti Avalon, luogo sacro del ciclo arturiano, in celtico significa “terra sacra”. E’ possibile che l’autore abbia voluto suggerire una connessione tra la terra di Gerusalemme luogo della vita di Gesù, re Artù e infine i crociati che all’epoca della realizzazione del mosaico lottavano per la conquista della Terra Santa?

Il mistero rimane irrisolto
Dopo aver analizzato le più importanti figure dell’albero, non possiamo non accorgerci della clamorosa assenza della storia più rappresentata in ogni altra chiesa: la vita e la Passione di Gesù. Ed è anche questa inesplicabile mancanza a rendere ancora più affascinante e carica di mistero la cattedrale di Otranto.
L’ultima considerazione sulla figura pavimentale riguarda la posizione dell’albero. Le radici e la chioma sono poste in posizione rovesciata rispetto all’iconografia tradizionale: le prime sarebbero dovute partire dall’abside e la seconda sarebbe dovuta giungere all’ingresso dell’edificio.
Quest’anomalia potrebbe essere causata dall’interpretazione secondo la quale la vita verrebbe dal Cielo, simboleggiato dall’altare, per poi svilupparsi verso le radici, non a caso poste all’entrata della cattedrale: forse adombrano la presenza dello Spirito Santo che travalica le mura del santuario per diffondersi in ognuno di noi?
In definitiva, l’Albero della Vita raffigura la ciclicità della presenza divina nella quotidianità terrena dell’uomo, attraverso una serie di immagini che rappresentano, una per una, un episodio profondo e complesso della religiosità cristiana.
Forse Pantaleone era un visionario oppure un semplice monaco che voleva compendiare il suo sapere in un’opera artistica ineguagliabile, ma ciò che rimarrà del suo lavoro è la maestosità, la complessità e l’incredibile effetto ottico che rende unica questa chiesa.
Prima di concludere il nostro percorso nella cattedrale, passiamo alla navata destra.
Per qualsiasi visitatore è impossibile non sentirsi osservato.
Infatti, in fondo al corridoio e quasi parallelo all’abside centrale, c’è uno spettacolo inquietante.
Centinaia di teschi umani.
Sono i famosi martiri d’Otranto, che morirono il 14 agosto 1480 a causa della furia religiosa dei Turchi, bramosi di convertire l’Occidente all’Islam.
Dopo una strenua resistenza, durata diversi giorni, gli abitanti che rifiutarono di convertirsi furono massacrati dai musulmani. Persino i bambini furono uccisi e le donne ridotte in schiavitù.

Otranto porta d’Oriente

Nel bene e nel male.
Dei suoi martiri, canonizzati di recente, resta il messaggio indiretto eppure ancora molto attuale che ci hanno trasmesso: la volontà di difendere valorosamente la propria libertà e i propri valori anche di fronte a morte certa e, comunque, anche a costo della vita.
Ed è proprio lo sguardo intenso, persistente e ammonitore, proveniente da quelle orbite vuote, che ci accompagna fino all’uscita di questo misterioso, affascinante e complesso edificio: la cattedrale di Otranto.

 

 

 

 



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