Sabato, 24 Giugno 2017 - Ore
Direttora: ANNAMARIA FERRETTI
Facciamo Notizie

Per non dimenticare: orrori e speranze. Bari, 2 dicembre 1943

Bari come Pearl Harbour

Pubblicato in Luoghi il 03/12/2016 da Gianluigi Columbo
Gianluigi Columbo

E’ un tranquillo tardo pomeriggio di un giovedì quello di settantatré anni fa.

Le famiglie stanno per cenare, il Natale si avvicina, e nonostante il clima teso a causa della guerra, si cerca di non far mancare nulla ai propri cari.

Presso il teatro Piccinni, l’Orchestra Polifonica sta preparando un concerto in onore degli Alleati americani mentre al teatro Margherita, ribattezzato “Garrison Theatre”, si svolge lo spettacolo “Springtime in the Rockies”, interpretato da John Payne e Betty Grable, famosissimi attori dell’epoca.

Il porto, sotto il comando britannico, continua la sua frenetica attività di rifornimento all’Ottava armata inglese sotto le direttive del generale Montgomery.

 Ore 19.25.

Si sente un sibilo stridente. Poi due, tre…….

Bum. Bum. Bum……

I fortunati che non hanno conosciuto le atrocità della guerra associano questo boato al massimo allo scoppio di un palloncino, ma quella sera erano bombe.

Precisamente 73343 tonnellate di bombe sulla città, sul porto.

Ad eseguire questo raid è l’aviazione tedesca, la Luftwaffe, comandata da Gustav Teuber.

Il caos dura venti interminabili minuti e quello che gli aerei si lasciano alle spalle  è l’inferno.

Lasciamo ora tristemente da parte le centinaia di vite spezzate e gli ingenti danni al capoluogo pugliese, per concentrarci sul porto, fulcro delle operazioni militari degli alleati ed obiettivo a sorpresa dei teutonici.

Quindici navi sono affondate.

Apparentemente, sembrerebbe la solita tragedia cui quasi fatalmente ci si abitua durante un conflitto bellico. Ma dietro c’è molto di più.

La pianificazione dell’uso delle armi chimiche è un aspetto ancora poco conosciuto della seconda guerra mondiale.

Il destino ha voluto che la città di Bari diventasse teatro dell’unico episodio di guerra chimica mai registrato durante tutta il conflitto globale.

Dalle navi in fiamme si alzano immense colonne di fumo acido e la superficie dell’acqua è coperta da una patina vischiosa composta da carburante, petrolio ed una misteriosa sostanza, sconosciuta ai più, che acceca e soffoca le persone cadute in mare.

Ma precisamente cos’è quel miscuglio infernale?

 Iprite.

 Gli Americani avevano segretamente caricato 540 tonnellate di materiale chimico nella stiva della nave John Harvey, affondata quella sera, in modo da utilizzarlo eventualmente durante la guerra.

Questo carico però era illegale, perchè vietato dalla Convenzione di Ginevra del 1925, che proibiva espressamente l’impiego di armi chimiche in un conflitto bellico, a causa dei danni provocati durante la Grande Guerra. Infatti, il nome di questa miscela deriva dalla città belga di Ypres, presso la quale ne furono riscontrati i primi effetti mortali.

Addirittura, si mormorava che Hitler stesso fosse contrario all’utilizzo di questi terribili mezzi, avendoli sperimentati in prima persona durante il primo conflitto mondiale. Tuttavia, si temeva che il dittatore nazista avesse dato il suo nulla osta per la sperimentazione di un nuovo agente testato in laboratorio: il Tobin.

Quanti terribili presagi nascondeva questo bombardamento.

Le conseguenze sulle persone colpite o entrate in contatto col mustard gas, sinonimo dell’iprite a causa del suo odore simile a quello dell’aglio, furono tremende.

Sui corpi dei pazienti, ricoverati presso il Policlinico, erano presenti enormi bolle piene di fluidi. Gli occhi presentavano forti irritazioni e il decorso non lasciava presagire nulla di buono. Tutto questo è stato testimoniato dall’infermiera gallese in servizio a Bari, Gwladys M. Rees Aikens, che rimase sconvolta dallo spettacolo raccapricciante dei degenti cui doveva prestare le proprie cure.

La morte raggiunse centinaia di persone, e ottantaquattro ne morirono solo a Bari.

Oggi si sa che il decesso può arrivare per leucopenia, cioè carenza di globuli bianchi o tramite lesioni cutanee che possono portare ad infezioni.

Nei giorni immediatamente successivi all’evento, non identificando la causa dei sintomi che affliggevano le vittime, i sanitari alleati inviarono un messaggio al dottor Blesse, responsabile generale di chirurgia, di stanza in Nord Africa, che a sua volta inviò immediatamente il dottor Stewart Alexander, esperto di guerra chimica e medico di fiducia del presidente Roosvelt.

Una volta arrivato in città, lo studioso statunitense fece recuperare dal fondale del porto un frammento della  custodia di una bomba, che dopo un’attenta analisi fu classificato come ordigno americano per la presenza della sigla M47A1 sul fianco del contenitore. Semmai si fosse temuta una responsabilità tedesca per l’orrore scatenato, dopo questo rinvenimento ogni dubbio venne spazzato via.

Successivamente, il sanitario rimase colpito da un  particolare di non poco conto: la morte non avveniva per broncopolmonite, come insegnava la letteratura clinica riguardo l’esalazione di iprite, ma arrivava per crisi cardiocircolatorie.

Il mistero fu presto risolto da Alexander: la sintomatologia era differente da quella canonica poiché l’iprite non era stata solo esalata : le persone erano entrate a contatto con la stessa quando erano  precipitate in acqua per poi nuotare nel miscuglio, arrivando talvolta  addirittura ad inghiottirlo. Ma oltre al danno, la beffa: i naufraghi erano stati avvolti in bendaggi e coperte che avevano favorito l’assorbimento dei liquidi velenosi.

Ora gli alleati sapevano: dentro la stiva di una delle navi affondate c’era un carico segreto di iprite.

Ovviamente, dal quartier generale americano arrivò immediatamente l’ordine di secretare l’accaduto, per evitare che l’opinione pubblica mondiale ne venisse a conoscenza e che di conseguenza le forze dell’Asse si attrezzassero adeguatamente per rispondere a questi nuovi e subdoli sistemi di sterminio.

La parola “mustard gas” venne eliminata da tutti i referti medici dei pazienti, sostituita dal più generico termine “decesso per azione nemica dovuto a complicazioni mediche”.

Il veto alla diffusione di quelle pericolose informazioni arrivò addirittura da Winston Churchill.

Era un segreto troppo scottante che, se fosse stato scoperto, sarebbe potuto costare la vita non a migliaia, se non a milioni di persone.

Ma non tutte le tragedie portano solo distruzione e morte.

Dall’11 dicembre 1943 Alexander suddivise la sua attività in due compiti diversi: cercò di curare, in tutti i modi possibili, i pazienti feriti e soprattutto studiò i corpi dei deceduti per capire gli effetti dell’iprite sull’organismo umano. Era la prima volta, dopo l’esperienza della Grande Guerra, che si svolgevano accurate autopsie su vittime colpite da gas chimici e decedute  non per avvelenamento dovuto ad ispirazione di iprite, ma per intossicazione da assorbimento cutaneo. Il medico non poté non notare che gli effetti devastanti sull’apparato linfatico a causa del mustard gas erano molto più gravi di quelli del primo conflitto mondiale.

Così si decise ad  inviare dei campioni di tessuti necroscopici in Inghilterra e Stati Uniti, dove si trovavano le sedi abilitate allo studio per lo sviluppo della guerra chimica.

Lo studio su questi reperti biologici avrebbe generato una nuova branca della medicina, che a tutt’oggi salva tante persone o perlomeno riesce a dare un barlume di speranza a chi è disperato: la chemioterapia.

Due scienziati dell’università di Yale, Goodman e Gilman, studiarono gli effetti tossici sui sopravvissuti al bombardamento di Bari e diedero inizio ad una nuova sperimentazione, che fu coperta dal vincolo di segretezza militare e che quindi fu resa pubblica solo al termine del conflitto.

Questo fu il primo approccio farmacologico antitumorale di una certa rilevanza ed è stato considerato l’atto di nascita della moderna chemioterapia.

E i tedeschi in tutto questo?

Ufficialmente non sapevano nulla del gas nascosto nella John Harvey a Bari.

Goebbels, il ministro della propaganda e braccio destro di Hitler, nei suoi diari accenna solo al successo dell’operazione militare e a nient’altro.

Ciò che oggi possiamo facilmente comprendere è il terrore che avrebbero provato gli Alleati se i teutonici avessero avuto certezza dell’esistenza del gas.

Le conseguenze sarebbero state inimmaginabili.

Inoltre, dal momento che i capi dei governi inglesi e statunitensi si erano esposti in prima persona nella volontà di secretare l’intero episodio, era evidente che si temeva che qualcosa potesse andare storto nell’operazione di liberazione dell’Europa dalle forze nazifasciste.

Infatti, qual era la missione per eccellenza di tutta la campagna alleata nel vecchio continente?

L’operazione Overlord, lo sbarco in Normandia.

Mantenere il segreto di quanto successo nel capoluogo pugliese era fondamentale per non creare un pretesto, da parte dei tedeschi, per l’impiego dei gas chimici durante lo sbarco delle forze di liberazione. Per gli Alleati tale scenario era decisamente da scongiurare.

Per risolvere il problema, il 28 aprile 1944 fu organizzato un meeting che poneva all’ordine del giorno le possibili complicazioni chimiche connesse all’operazione Overlord. In tale occasione, Churchill propose di dichiarare pubblicamente il possesso di queste armi, minacciando rappresaglie se i tedeschi avessero messo a repentaglio, proprio con l’utilizzo di tali mezzi, lo sbarco in Normandia. Occorre aggiungere che il premier britannico aveva progettato di usare questi strumenti di difesa come extrema ratio qualora la Germania avesse invaso la Gran Bretagna.

Ma durante l’incontro tra le potenze alleate, la fazione principale ritenne più saggio evitare di rendere pubblica questa notizia, poiché avrebbe potuto essere controproducente:  i tedeschi avrebbero potuto essere indotti all’utilizzo delle armi chimiche proprio dalle preoccupazioni degli Alleati.

Questa posizione sarebbe divenuta di dominio pubblico solo se ci fosse stata la certezza, tramite i servizi di intelligence, che i nazisti avrebbero usato i gas chimici.

Bari come Pearl Harbour.

La città ha rappresentato uno snodo cruciale per le sorti della seconda guerra mondiale e, a posteriori, per l’umanità intera.

Nonostante tutto questo, l’evento non ha avuto la rilevanza che meritava presso l’opinione pubblica non solo europea ma mondiale.

Ancora oggi, molti baresi non conoscono perfettamente i contorni di questa tragedia. Eppure, il capoluogo pugliese ha rappresentato una seconda Pearl Harbour per le forze alleate, dato l’alto numero di navi affondate e di soldati morti o feriti, senza considerare l’ingente quantità di vittime tra i civili,  un olocausto di persone che stavano lottando duramente ogni giorno nella speranza di lasciarsi finalmente alle spalle macerie e morte.

Sono due i segni tangibili che il bombardamento del 2 dicembre 1943 ci ha lasciato.

Il primo è una targa affissa sul muro dell’ospedale Policlinico, che ricorda il numero dei posti letto disponibili in quel periodo, 1200, saliti poi a 2000 proprio per soccorrere le vittime di questa tragedia.

Il secondo è il mercantile “Samuel J. Tilden”, che riposa adagiato sul fondale marino, a 55 metri di profondità, a meno  di un chilometro dall’ingresso del porto di Bari. Fu affondato da quel raid tedesco di oltre settant’anni fa ed è stato localizzato solo nel 2011. Curioso che sul pontile siano stati ritrovati degli scarponi prodotti da una ditta di New York famosa in quegli anni e un diario di cuoio proveniente sempre dalla Grande Mela.

Questa nave non partirà mai. E’ l’ultima imbarcazione di quel 2 dicembre e rimarrà sempre in questa città come se stesse aspettando dei passeggeri che non arriveranno più.

Portati via da quell’inferno di fiamme.

Ogni, 2 dicembre 2016, è giusto ricordare le centinaia di vite spezzate, dagli americani ai britannici, passando per i baresi stessi, che perirono senza conoscere quale fosse la causa della loro morte. Ed è doveroso rendere omaggio anche a Bari, offesa non solo dai bombardamenti, ma anche dalla damnatio memoriae che ne seguì.

Che tutto questo sia un monito alle generazioni presenti e future al fine di non rivivere gli orrori di una nuova guerra.

Una guerra che se fosse combattuta con le sostanze chimiche, non risparmierebbe nessuno.

 


 

 

 

 

 

 

            



loading...